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Archivio del mese di Novembre, 2009

LA DONAZIONE DI SANGUE E’ TROPPO IMPORTANTE! …

 Nel 1975, poco più di un anno dopo che io ventitreenne e mia moglie, due anni più giovane ci sposammo, decidemmo di diventare donatori di sangue, così ci recammo a digiuno un sabato mattina presto, presso il centro trasfusionale all’ospedale del capoluogo. Fatte le dovute visite di rito, io risultai idoneo e mi fecero fare la mia prima donazione, mentre mia moglie, essendo sottopeso le dissero, con suo grande dispiacere che non poteva donare. Ricordo benissimo che rifiutai qualsiasi iscrizione ad associazioni varie, anche dopo varie insistenze da parte degli addetti, al che spiegai loro il mio diritto a fare una donazione libera all’ospedale. Mi dissero che andava bene anche così e che mi avrebbero recapitato a domicilio il tesserino di libero donatore con le analisi ed ovviamente con il tipo di sangue. Un pò dispiaciuti, ma mia moglie di più, per non essere riusciti entrambi nell’intento, ce ne tornammo a casa consci che qualcosa di importante, in ogni caso, avevamo fatto.

Passarono delle settimane, ma dal centro trasfusionale non arrivava nulla; provai a telefonare ma non mi seppero dire niente, sembrava che la mia donazione non fosse mai stata fatta, non c’era traccia di nessuna analisi a mio nome. Dopo diversi mesi ricevetti un avviso per fare una donazione urgente, da eseguirsi presso l’ospedale del capoluogo alle ore 08,00 di domenica mattina. Non rendendomi neanche conto che tutto era un pò strano, mi presentai all’ospedale dove venni informato che il centro trasfusionale quel giorno era itinerante e la non c’era nessuno; alquanto sconcertato, anche perchè non avevo altri interlocutori, me ne tornai a casa proponendomi di non rincorrere mai più certi idealismi.

Un bel giorno di tre anni dopo, nella fabbrica dove come “esterno” eseguivo dei lavori, raccontando a dei miei amici ciò che mi era successo come donatore, mi fecero conoscere una persona che lavorava li e che era nientemeno che il presidente di un’associazione donatori di sangue; lo misi al corrente di quanto successomi e pure che non mi interessava più di fare il donatore; era veramente grave che dopo tre anni non mi avessero neanche invitato per una spiegazione, dopo le mie ripetute richieste.

Così come succede “spesso” nella vita, in meno di una settimana, il solerte presidente mi consegna il tanto cercato tesserino con su riportata la mia donazione di tre anni prima, il tipo di sangue che finalmente potevo conoscere e in bella evidenza sulla copertina la “sigla” dell’associazione. Rimasi sconcertato e per educazione o per vigliaccheria non feci nessun commento, ringraziai e dissi solo che avrei dovuto lavorare a fondo per convincermi che non era successo nulla e che era stato solo un semplice disguido.

Il presidente fu veramente bravo a temporeggiare, finchè riuscì a tirarmi a “riva”; con la sua giovialità riuscì perfino a farmi partecipare alle feste dell’associazione e tutto sommato c’era un’allegra atmosfera. Nel frattempo avevo iniziato a donare il sangue il che mi dava una certa soddisfazione, un qualcosa che mi faceva sentire utile, pensando a quanto bisogno c’era di sangue nel mondo; tutto ciò che mi era successo era quasi dimenticato. 


Lavorando spesso in trasferta, sia quando ero un lavoratore dipendente che quando divenni artigiano, fui un donatore non proprio assiduo, anche per il fatto che non ebbi mai chiesto o feci il giorno di riposo, ma una donazione annuale e qualcosa di più, riuscii a farla. 


Un giorno però ritornò a ronzarmi sul naso la stessa “mosca” di qualche anno prima, quando mi trovai cancellato dal registro donatori solo perchè erano tredici mesi che non donavo; questa la spiegazione che ricevetti. In realtà  penso che successe il disguido a causa dell’avvento dei registri informatici; tuttavia non era cosa da poco, era grave che in ambiti così seri come dovrebbero essere gli ospedali, ci fosse stata una superficialità tale; poi mi sembra che io ne avevo avuto già abbastanza e non avevo assolutamente bisogno di altri “test” sulla mia pazienza.

Dato che fui trattato piuttosto male, diciamo da personale scontroso, distratto e per nulla appassionato al suo lavoro, decisi di cambiare ospedale e come d’incanto trovai finalmente un ambiente normale, inteso così perchè il personale faceva esclusivamente il suo dovere, senza salamelecchi a “tizio” e scontrosità a “caio”. Era veramente una gioia, quando riuscivo a liberarmi e recarmi a donare sangue. 


Il presidente dell’associazione però non voleva che io facessi le donazioni in quell’ospedale perchè diceva che c’erano problemi “burocratici”, dato che lo stesso non era convenzionato con l’associazione. Io però continuai come prima fino a quando venni avvisato dal “capo” che avevano chiuso tutti i centri trasfusionali degli ospedali minori. Mi disse che avrei dovuto per forza ritornare a donare nel capoluogo; a questo punto, schifato alla saturazione, dissi chiaro che poteva finalmente cancellarmi dall’associazione. Poi però, passata l’arrabbiatura, continuai a donare e così ritornai in quell’odioso centro trasfusionale: 

- una volta trovai una dottoressa che mentre “preparava” i donatori in sala trasfusioni, si comportava in maniera seccata; osservandola, mi fece agitare a tal punto che quando venne a misurarmi la pressione, in modo sgarbato mi disse che ero troppo iperteso per fare la donazione, al che la scacciai letteralmente; dopo cinque minuti venne un’altro dottore a testarmi e mi trovò a posto, feci la donazione e via;  

- la volta successiva ritornai sempre al famoso centro e alla visita, candidamente un dottore romano mi chiede come mai io donassi sangue intero e nessuno mi avesse proposto di fare il “plasma feresi”, dato che il mio sangue, piuttosto raro, dopo qualche mese, se non richiesto lo buttavano; ci mancava solo questa informazione, ma non era mica finita li perchè ottenni di fare la donazione lo stesso e qui è successo un vero pastrocchio: - disteso sul lettino attendo che il buontempone di dottore, con l’accento non certo di Tarvisio, finisse di raccontare barzellette in corridoio, mentre una infermiera stava vicino la TV che la mia associazione aveva donato al centro, tutta interessata all’oroscopo ed un’altra, piuttosto brutta poverina, si avvicina con in mano sacca e ago con il chiaro intento di infilarmelo e vedendola non tanto convinta di ciò che faceva; dissi lei di non sognarsi nemmeno, che di solito erano i medici a mettere l’ago; intanto qualche cicalino di “peso raggiunto” dalle sacche degli altri donatori iniziava a farsi sentire, ma dalle persone interessate neanche una piega, al che dissi all’appassionata “astrologa” che la mia associazione aveva ordinato per loro una TV più grande in modo di poterla guardare dal posto di lavoro; intanto in corridoio le barzellette procedevano, allora dissi all’impaurita infermiera che se voleva poteva mettermi l’ago, altrimenti facevo tardi.

Non l’avessi mai detto! Dal suo atteggiamento non era per niente “navigata”, così successe che mi perforò la vena da parte a parte, e non riuscendo nel suo intento, chiamò la collega che seccata intervenne; girò l’ago e lo rigirò ma il sangue usciva a fatica, dissi loro di cambiare braccio ma non ne vollero sapere, poi finalmente apparve il “barzellettiere” e anche lui si divertì con la mia vena fino a che, dopo circa quaranta minuti di “tortura” completai la donazione e senza che qualcuno avesse chiesto ne scusa, ne se mi sentivo bene, mi diedero le carte, il cioccolato ed essendo un artigiano, passai a ritirare la quota di rimborso spese all’economato che come sempre non aveva denaro, così lasciai la quota per l’associazione, come sempre! 

Per la mia eccezionale giornata, al mio confronto il <rag. Ugo Fantozzi> sarebbe stato un superfortunato come Gastone, il cugino di Paperino.

Ritornato a casa mi tolsi la maglia e dove mi avevano infilato l’ago, c’era un’ematoma che prendeva buona parte del braccio.

Mi prese una tale ira che invece di andarmene a lavorare, mi misi al computer per scrivere una lettera di protesta alla responsabile del centro trasfusionale e mentre scrivevo rientrò a casa mio figlio di 19 anni che pieno di gioia mi disse di avere appena dato la sua adesione a donatore di sangue con i compagni di scuola, il che fu come uno schiaffo che mi svegliò dal mio stato alterato. Alla mia lettera rispose un’altra dottoressa, al telefono con mia moglie dicendo lei che io sarei dovuto passare di li  per ricevere una spiegazione. Il che mi demoralizzò talmente che non mi sognai nemmeno di accettare l’invito.

A mio figlio non raccontai nulla di quanto successomi, però per parecchi anni non me la sentii più di donare sangue anche per il fatto che il solo pensiero che poi avrebbero potuto buttarlo via, mi faceva andare in bestia.


Per un caso fortuito un giorno incontrai il dottore responsabile del centro trasfusionale dove andavo e che dovrebbe essere stato chiuso anni prima; chiesi a lui dove si trovasse ora, dato che non l’avevo più visto. Mi disse che era sempre lì con lo stesso centro trasfusionale; avevano ridotto le giornate per i prelievi, ma era sempre stato li. 

Di colpo tutto mi fu chiaro e non serve che ne spieghi il perc. Raccontai a lui il fatto che avrebbero gettato il mio sangue perchè inutilizzato e che avrei dovuto fare il plasma feresi in alternativa. Mi disse che erano tutte balle. 

Alla prima occasione ritornai a donare, li dove c’era ancora della professionalità  e per prima cosa chiesi al medico di fare una donazione libera e che mi cancellasse dall’associazione, così fu. Purtroppo però, per riuscire a farmi cancellare definitivamente dovetti fare diversi tentativi, perchè ad ogni cancellazione “qualcuno” mi reiscriveva, fino a che arrabbiato più che mai, all’ennesima donazione obbligai il medico responsabile a cancellare definitivamente il mio nome dall’associazione e verificarne il buon fine, minacciando di non donare più. Questo eseguì alla lettera le mie volontà e mi confidò che non mi dava poi torto; che avrebbe verificato anche in seguito se “qualcuno” mi reinseriva. In sostanza, per ovvi motivi non mi diede ragione e nemmeno torto; mi spiegò pure come veniva effettuata la transazione delle donazioni tra associazioni ed enti ospedalieri al che rimasi molto perplesso.


Ho pensato molto prima di scrivere questa denuncia, ma andava da lasciare le cose come stanno o provare a creare i presupposti per una raccolta di sangue e derivati che non portasse mai più ad episodi come quelli successi a me. 

Inoltre a mio avviso, dato che ormai non si può dire che non ci sia il mercato del sangue anche se tutti lo negano, in ogni transazione qualsiasi intermediario produce un aumento del costo del prodotto, dato sopratutto che la nostra legislatura, in materia, è ancora da paese delle banane, l’unico mezzo per eliminare questo mercato è donare il sangue e derivati direttamente ai nostri ospedali


Dal luogo comune che <neanche il cane muove la coda per niente>, non può essere che questi “passamano” abbiano costo zero. Poi tutti quei doni, notificati ai quattro venti, fatti dalle varie associazioni donatori alle unità  ospedaliere e non solo; le onorificenze che si sprecano, dove tutto dovrebbe essere trattato con sola umiltà. Basta con gli “zuccherini” ai donatori; il donatore dal momento che sceglie lui di esserlo, dovrebbe fare il donatore e basta.

Il legislatore però non può ignorare l’importanza che hanno le donazioni volontarie e mettiamo il caso che concedesse ai donatori, oltre il compenso della giornata lavorativa, anche uno sgravio fiscale nella giusta misura come lo è per le spese mediche che ogni lavoratore detrae dal suo reddito, forse si potrebbero ottenere più donazioni senza coinvolgere associazioni che oramai di volontario e di gratuito non hanno nulla.  


Da che mondo è mondo agli uomini, per ottenere certi favori dalle donne, serve qualcosa di extra, fuori dal comune, un qualcosa che una vita normale forse non può dare; specialmente se un uomo spazia da quelle “ufficiali” a quelle “non ufficiali”:  - sicuramente sarebbe già un’impresa poter accontentare bene la donna “ufficiale” con i proventi del proprio lavoro e altrettanto sicuramente non dovrebbero rimanere neanche le “briciole” per poter sperare in qualcosa di extra dalla donna “non ufficiale”. Pertanto tutte le varie associazioni, sportive e non, potrebbero dare una valida copertura, sia per l’alibi che uno deve trovare, che per le occasioni di procurarsi il “necessario” per soddisfare la nota bramosia di quel tipo di donne,  senza che il provento sia noto alla donna ufficiale. 

Ho avuto modo di assistere a diverse storie di questo tipo, avendo vissuto molto in giro per lavoro. Al rientro a casa bastava cambiare solo gli interpreti e il “film” che guardavo quando ero in trasferta, era lo stesso. 

Il denaro avuto con vera fatica, penso non venga quasi mai sprecato in cose futili da chiunque, mentre quello più “facile”, tutti un pò lo adoperiamo con leggerezza. Senza dimenticare che l’arrampicata sociale è il fine di molti fra gli interpreti succitati.  

E’ sempre l’occasione che fà  l’uomo ladro.

Doniamo il sangue e non permettiamo a chiunque di comportarsi in modo oltraggioso in questa iniziativa troppo importante.


LA MISSIONE O IL MESTIERE DEL “GIUDICE”?

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Già  duemila anni fa la parola giudice incuteva timore, non solo per coloro che dovevano temere un qualsiasi giudizio o pena, ma anche ai giudici stessi, solo quelli dotati di vera coscienza, coloro i quali tenevano in considerazione l’esistenza di un giudice supremo. Certo che pensare ad una persona giudice che non possiede una coscienza sempre presente, sulle leggi da applicare, in funzione di ogni singolo caso umano, fa crollare ogni speranza di veder trionfare la giustizia. Ponzio Pilato nel dover emettere un giudizio se condannare o assolvere Gesù dalle accuse mossegli dai sacerdoti del tempio, ebbe una flebile incertezza ed arrivò a chiedere agli accusatori, cosa avesse fatto Gesù di così grave per meritare la crocifissione. Quella incertezza forse palesava che Pilato possedeva una coscienza e in qualche modo teneva in considerazione l’essere umano in giudizio, però la stessa non era sufficientemente forte da prevalere sull’interesse dell’Impero Romano…

Mi sono chiesto molte volte cosa può spingere una persona a diventare giudice; prendendo per esempio me stesso: - io sono diventato un artigiano elettricista per il fatto che mio padre, quando a quattordici anni terminai la scuola dell’obbligo, mi impose di fare quel lavoro e in quegli anni il volere del padre contava più di quello della madre; subito dopo mio padre si ammalò gravemente ed anche il mio secondo fratello, di due anni più giovane, fu indirizzato da mia madre a fare il garzone di bottega, tra l’altro interrompendo la scuola dell’obbligo. In tutti e due i casi non c’è stata la scelta ma l’esigenza di fare un qualsiasi lavoro. Per altro, posso dirlo solo per i miei fratelli, non certo per me, che loro sono arrivati ad interpretare i loro ruoli, nelle loro famiglie e nel loro lavoro, in modo serio e coscienzioso; spero che possano dire lo stesso di me!

Da queste considerazioni mi so dare una sola risposta: - una persona sceglie in modo autonomo di esercitare il ruolo di giudice e assolutamente non viene costretto a farlo!  Ma una persona perchè sceglie di interpretare un ruolo così difficile e importante qual’è essere un giudice?

Certo che un profondo senso di giustizia, tramandato in famiglia,  sicuramente la prima molla emotiva che indirizza in tal senso e per il momento trascurerei le altre motivazioni: - in una famiglia, una città, una regione o uno stato, i torti subiti da singole persone, famiglie, etnie o popolazioni, vengono ricordati e tramandati; nel ricordo di questi torti c’è il terreno fertile dove potrebbe crescere il senso di giustizia che sicuramente è la “proteina” principale per alimentare l’aspirante giudice.

Un qualsiasi tipo di paese occidentale addotta leggi abbastanza uniformi, ad eccezione fatta per quegli stati che approvano la pena di morte, però sappiamo bene che non esiste nessuna uniformità nell’applicarle; questo è sopratutto dovuto alle varie sfaccettature della cultura occidentale, allo stesso modo succede in uno stato come l’Italia, dove la sua sproporzionata ampiezza in latitudine rispetto alla longitudine, ingigantisce la diversità di usi e costumi e non solo. A mio avviso è questa diversità la principale causa dei vari “torti” di cui sopra.

Portando ad esempio sempre la famiglia dove sono cresciuto, si potrebbe comprendere il meccanismo responsabile delle varie diatribe che poi durano nel tempo: - mia madre, in pratica era sola nell’allevare noi tre fratelli, dato che mio padre era sempre via per lavoro e poi anche quando si ammalò, era lei giudice della situazione e devo dire che con me non fu imparziale e coscienziosa come lo fu con i miei fratelli; in questo la aiutai molto io stesso, essendo sempre stato un ribelle; solo a parole però, perchè mettevo in atto solo delle piccole trasgressioni, il mio dovere di figlio maggiore l’ho sempre adempiuto e la busta paga sigillata, l’ho sempre messa sul tavolo della cucina fino al mio matrimonio. In pratica, non sono mai stato un tenerone con lei, ma un consigliere di opposizione in un “governo tiranno” e pertanto la irritavo, di conseguenza il suo accanimento su di me era tale che dura ancora oggi alla sua veneranda età  di ottanta anni; io ne ho quasi sessanta. 

Se non ci fosse il fattore di consanguineità  tra me e i miei fratelli, anzichè un pò di risentimento per i supposti torti da mè subiti, ci sarebbe dell’odio e il bisogno di rivalsa.

Penso non sia difficile portare l’analogia su altre situazioni nel mondo e poi se si volessero sentire anche le altre versioni, cioè quelle dei miei fratelli e di mia madre, avremmo tutti gli ingredienti per una “terza guerra mondiale”.

Pertanto, stabilito che un giudice in tanti casi aspira a diventare tale per un bisogno recondito di giustizia, ci sono purtroppo diversi modi per essere giudice: - c’è il giudice diventato tale per dare un senso univoco alla parola giustizia; - c’è quello che si “erge” a giudice per condannare i colpevoli dei torti subiti dalla sua gente e in questo modello ci si possono mettere anche coloro che pur rivestendo il loro ruolo di magistrati, si schierano con le varie correnti politiche, compiendo il più grave errore che un giudice possa fare, cioè diventare di parte; - c’è quello che fa il giudice solo ed esclusivamente per crogiolarsi nella sua posizione di intoccabile, pertanto può rovinare tutte le vite che vuole perchè non verrà mai giudicato e punito, almeno in Italia; - infine l’ultimo modello, ma ce ne sarebbero ancora; c’è quello prezzolato che è il più infimo, il più vigliacco; quest’ultimo annulla completamente la regola che stabilisce: - “la legge è uguale per tutti”; cioè personalizza le leggi a suo piacimento anche se un attento legislatore non dovrebbe consentire ciò, o forse il legislatore è un pò troppo attento … Ma questo argomento è meglio trattarlo a parte!

Le vere ingiustizie subite e non presunte, sono dei traumi che lasciano un segno indelebile nelle menti e nei cuori degli uomini e vorrei citare un paio di avventure successemi in ambito legale:

- la prima riguarda la condanna alla risoluzione del contratto di formazione di un mio operaio, da me licenziato per motivi di indisciplina e di inesistente impegno sul lavoro, in pratica il pretore mi impose di dare all’operaio il denaro che lui chiedeva per “togliere il disturbo”, cioè dovevo dargli 7.500.000 lire, equivalenti allo stipendio dei mesi che rimanevano alla scadenza del contratto. Neanche la testimonianza a mio favore degli altri miei operai fece retrocedere dalle sue intenzioni il pretore. Le sue testuali parole furono: dagli i soldi che ti chiede e ricordati che un qualsiasi operaio non si può mai licenziare, non esistono motivazioni per fare ciò. Alla mia domanda: - come potevo collocare la spesa nella contabilità, addirittura rispose irridendomi: - pretendi forse che ti faccia la fattura? Così, per farla finita, pagai il tutto senza detrarre nulla dal mio imponibile; la mia salute valeva molto più di quei soldi. L’operaio in pratica fu “esentato” dal giudice dal registrare l’incasso!!!

- la seconda esperienza ha a dir poco dell’incredibile e riguarda la servitù di passaggio pretesa dalla confinante il mio appezzamento di terra: - quando acquistai la casa dove vivo e il terreno agricolo adiacente, il precedente possessore mi informò di una servitù di passaggio pretesa da una signora confinante, la quale servitù non era nominata in nessun documento, così chiesi alla signora che era vedova, di portarmi almeno dei testimoni che avessero partecipato alla trattativa; mi rispose che non li conosceva, al che dissi lei che per me non era un problema se attraversava il mio terreno per recarsi nella sua vigna, bastava che col tempo non diventasse un passaggio comune, il che mi avrebbe fatto perdere la proprietà del passaggio. Purtroppo successe che qualcuno ci provò: - altri confinanti iniziarono a sfruttare la servitù con quell’intento ed un giorno, per farli desistere, avendo ceduto in affitto il terreno, concedetti di far arare anche il passaggio, innescando una storia inaudita. Premetto che di solito alla vigna accedevano non solo dal mio terreno.

Ricevetti un’intimazione dall’avvocato della signora a ripristinare il passaggio e subito mi resi conto che le cose erano molto serie; mi misi ad indagare per conoscere la storia di quel terreno e trovai il figlio di un precedente proprietario del mio podere che mi confermò lo sconto di 250.000 lire sul prezzo del terreno, a causa della servitù in oggetto, nella transazione tra suo padre e il proprietario che me lo cedette. Scoperto ciò, scrissi subito una lettera raccomandata alla signora, porgendo le mie scuse per il disagio arrecatole e che l’aver trovato il testimone a suo favore, spiegava la mia buona fede. Pensavo di aver risolto il problema e in realtà lo era, ma la signora non paga, pretese assurdamente una servitù di passaggio anche dal lato opposto della vigna e così andò in lite legale con l’altro confinante che nel frattempo aveva messo delle barriere, cioè ottenere il diritto ufficiale di accesso da un’altra proprietà, oltre la mia, concludendo naturalmente la vicenda con la sconfitta in tribunale.

Quel giorno andai anch’io per assistere all’udienza e il giudice, nell’elencare i presenti, nominò anche me e disse che potevo ascoltare ma non intervenire, così stetti la una mezz’ora e verificato che io non ero assolutamente mai nominato, me ne andai.

Dopo alcuni mesi mi venne recapitato un plico con l’effige di una “bilancia”: - la sorpresa fu allucinante, erano le spese processuali della lite in cui io non centravo per nulla. Il giudice aveva risolto il problema dato che la signora non voleva pagare le spese della causa, pari a lire 3.750.000. Interpellai subito un avvocato e questo, chiedendomi subito 100.000 lire per la consulenza, mi dissuase dall’intraprendere qualsiasi iniziativa contro il verdetto, dicendomi che non esiste un “cane che mangia un’altro cane”, cioè nessun giudice darà torto ad un altro suo pari. La metafora era purtroppo calzante. Totale della spesa per la mia ingenuità: - Lire 3.850.000, quasi quattro stipendi mensili di allora. <Devo dire però che ora chi osa adoperare il passaggio non avendone il diritto, rischia veramente molto…>

Penso che tutto sommato, con le vicende successemi, non mi è andata poi tanto male, perchè ho citato solo degli episodi emblematici; sarei potuto diventare, anzichè un elettricista, una “materia prima” per la magistratura, con tutte le occasioni incontrate per fare il classico “fallo da espulsione”. Mi viene automatico pensare a coloro che sono incappati nelle maglie della giustizia e purtroppo sono stati condannati ingiustamente, come pure a quelli che riescono sempre ad uscirne impuniti; la rabbia, lo sgomento e il rancore sono gli unici sentimenti che provo verso quelle persone che con la loro superficialità o incapacità  hanno causato tante sofferenze e ne causeranno ancora, perchè rimettere in libertà delinquenti incalliti è un atto veramente criminale. Sembra quasi che sia in atto una specie di selezione naturale come avviene nel regno animale, cioè l’essere più debole deve soccombere in funzione di quello più forte. Già, anche noi umani siamo animali, però sono sicuro che la perfidia e la malvagità appartenga solo a noi “umani”.

Una persona che decide di diventare un giudice ed ha tutte le doti morali per esserlo, dovrebbe essere libera da condizionamenti e/o ricatti, ma per il semplice fatto che è pur sempre una persona, ha il diritto di vivere come tutti gli altri, quindi avere una famiglia e tutti gli oneri ed averi che fanno parte di tale impegno. Questo lo rende altamente vulnerabile e dovrebbero essere le istituzioni a fare in modo che possa espletare le sue funzioni in maniera totalmente serena e senza preoccupazioni di sorta per se e per la sua famiglia. Per mio conto questo sarebbe un ottimo motivo per scioperare ad oltranza tutti in massa, affinchè il parlamento si compatti e finalmente sancisca un’equa e seria protezione per la magistratura a rischio, come pure emani delle sanzioni severe per i gravi “errori” che essa spesso commette. La certezza della pena deve esserci per tutti.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono forse i più ricordati martiri della magistratura italiana e fa male pensare anche solo per un attimo che se i magistrati ammazzati fossero stati gli unici a credere ciecamente nella “missione” di giudice, forse tutti gli altri che pur impegnati nello stesso ambito, non corrono quei rischi, eserciterebbero solo il “mestiere” di giudice!