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LA MISSIONE O IL MESTIERE DEL “GIUDICE”?

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Già  duemila anni fa la parola giudice incuteva timore, non solo per coloro che dovevano temere un qualsiasi giudizio o pena, ma anche ai giudici stessi, solo quelli dotati di vera coscienza, coloro i quali tenevano in considerazione l’esistenza di un giudice supremo. Certo che pensare ad una persona giudice che non possiede una coscienza sempre presente, sulle leggi da applicare, in funzione di ogni singolo caso umano, fa crollare ogni speranza di veder trionfare la giustizia. Ponzio Pilato nel dover emettere un giudizio se condannare o assolvere Gesù dalle accuse mossegli dai sacerdoti del tempio, ebbe una flebile incertezza ed arrivò a chiedere agli accusatori, cosa avesse fatto Gesù di così grave per meritare la crocifissione. Quella incertezza forse palesava che Pilato possedeva una coscienza e in qualche modo teneva in considerazione l’essere umano in giudizio, però la stessa non era sufficientemente forte da prevalere sull’interesse dell’Impero Romano…

Mi sono chiesto molte volte cosa può spingere una persona a diventare giudice; prendendo per esempio me stesso: - io sono diventato un artigiano elettricista per il fatto che mio padre, quando a quattordici anni terminai la scuola dell’obbligo, mi impose di fare quel lavoro e in quegli anni il volere del padre contava più di quello della madre; subito dopo mio padre si ammalò gravemente ed anche il mio secondo fratello, di due anni più giovane, fu indirizzato da mia madre a fare il garzone di bottega, tra l’altro interrompendo la scuola dell’obbligo. In tutti e due i casi non c’è stata la scelta ma l’esigenza di fare un qualsiasi lavoro. Per altro, posso dirlo solo per i miei fratelli, non certo per me, che loro sono arrivati ad interpretare i loro ruoli, nelle loro famiglie e nel loro lavoro, in modo serio e coscienzioso; spero che possano dire lo stesso di me!

Da queste considerazioni mi so dare una sola risposta: - una persona sceglie in modo autonomo di esercitare il ruolo di giudice e assolutamente non viene costretto a farlo!  Ma una persona perchè sceglie di interpretare un ruolo così difficile e importante qual’è essere un giudice?

Certo che un profondo senso di giustizia, tramandato in famiglia,  sicuramente la prima molla emotiva che indirizza in tal senso e per il momento trascurerei le altre motivazioni: - in una famiglia, una città, una regione o uno stato, i torti subiti da singole persone, famiglie, etnie o popolazioni, vengono ricordati e tramandati; nel ricordo di questi torti c’è il terreno fertile dove potrebbe crescere il senso di giustizia che sicuramente è la “proteina” principale per alimentare l’aspirante giudice.

Un qualsiasi tipo di paese occidentale addotta leggi abbastanza uniformi, ad eccezione fatta per quegli stati che approvano la pena di morte, però sappiamo bene che non esiste nessuna uniformità nell’applicarle; questo è sopratutto dovuto alle varie sfaccettature della cultura occidentale, allo stesso modo succede in uno stato come l’Italia, dove la sua sproporzionata ampiezza in latitudine rispetto alla longitudine, ingigantisce la diversità di usi e costumi e non solo. A mio avviso è questa diversità la principale causa dei vari “torti” di cui sopra.

Portando ad esempio sempre la famiglia dove sono cresciuto, si potrebbe comprendere il meccanismo responsabile delle varie diatribe che poi durano nel tempo: - mia madre, in pratica era sola nell’allevare noi tre fratelli, dato che mio padre era sempre via per lavoro e poi anche quando si ammalò, era lei giudice della situazione e devo dire che con me non fu imparziale e coscienziosa come lo fu con i miei fratelli; in questo la aiutai molto io stesso, essendo sempre stato un ribelle; solo a parole però, perchè mettevo in atto solo delle piccole trasgressioni, il mio dovere di figlio maggiore l’ho sempre adempiuto e la busta paga sigillata, l’ho sempre messa sul tavolo della cucina fino al mio matrimonio. In pratica, non sono mai stato un tenerone con lei, ma un consigliere di opposizione in un “governo tiranno” e pertanto la irritavo, di conseguenza il suo accanimento su di me era tale che dura ancora oggi alla sua veneranda età  di ottanta anni; io ne ho quasi sessanta. 

Se non ci fosse il fattore di consanguineità  tra me e i miei fratelli, anzichè un pò di risentimento per i supposti torti da mè subiti, ci sarebbe dell’odio e il bisogno di rivalsa.

Penso non sia difficile portare l’analogia su altre situazioni nel mondo e poi se si volessero sentire anche le altre versioni, cioè quelle dei miei fratelli e di mia madre, avremmo tutti gli ingredienti per una “terza guerra mondiale”.

Pertanto, stabilito che un giudice in tanti casi aspira a diventare tale per un bisogno recondito di giustizia, ci sono purtroppo diversi modi per essere giudice: - c’è il giudice diventato tale per dare un senso univoco alla parola giustizia; - c’è quello che si “erge” a giudice per condannare i colpevoli dei torti subiti dalla sua gente e in questo modello ci si possono mettere anche coloro che pur rivestendo il loro ruolo di magistrati, si schierano con le varie correnti politiche, compiendo il più grave errore che un giudice possa fare, cioè diventare di parte; - c’è quello che fa il giudice solo ed esclusivamente per crogiolarsi nella sua posizione di intoccabile, pertanto può rovinare tutte le vite che vuole perchè non verrà mai giudicato e punito, almeno in Italia; - infine l’ultimo modello, ma ce ne sarebbero ancora; c’è quello prezzolato che è il più infimo, il più vigliacco; quest’ultimo annulla completamente la regola che stabilisce: - “la legge è uguale per tutti”; cioè personalizza le leggi a suo piacimento anche se un attento legislatore non dovrebbe consentire ciò, o forse il legislatore è un pò troppo attento … Ma questo argomento è meglio trattarlo a parte!

Le vere ingiustizie subite e non presunte, sono dei traumi che lasciano un segno indelebile nelle menti e nei cuori degli uomini e vorrei citare un paio di avventure successemi in ambito legale:

- la prima riguarda la condanna alla risoluzione del contratto di formazione di un mio operaio, da me licenziato per motivi di indisciplina e di inesistente impegno sul lavoro, in pratica il pretore mi impose di dare all’operaio il denaro che lui chiedeva per “togliere il disturbo”, cioè dovevo dargli 7.500.000 lire, equivalenti allo stipendio dei mesi che rimanevano alla scadenza del contratto. Neanche la testimonianza a mio favore degli altri miei operai fece retrocedere dalle sue intenzioni il pretore. Le sue testuali parole furono: dagli i soldi che ti chiede e ricordati che un qualsiasi operaio non si può mai licenziare, non esistono motivazioni per fare ciò. Alla mia domanda: - come potevo collocare la spesa nella contabilità, addirittura rispose irridendomi: - pretendi forse che ti faccia la fattura? Così, per farla finita, pagai il tutto senza detrarre nulla dal mio imponibile; la mia salute valeva molto più di quei soldi. L’operaio in pratica fu “esentato” dal giudice dal registrare l’incasso!!!

- la seconda esperienza ha a dir poco dell’incredibile e riguarda la servitù di passaggio pretesa dalla confinante il mio appezzamento di terra: - quando acquistai la casa dove vivo e il terreno agricolo adiacente, il precedente possessore mi informò di una servitù di passaggio pretesa da una signora confinante, la quale servitù non era nominata in nessun documento, così chiesi alla signora che era vedova, di portarmi almeno dei testimoni che avessero partecipato alla trattativa; mi rispose che non li conosceva, al che dissi lei che per me non era un problema se attraversava il mio terreno per recarsi nella sua vigna, bastava che col tempo non diventasse un passaggio comune, il che mi avrebbe fatto perdere la proprietà del passaggio. Purtroppo successe che qualcuno ci provò: - altri confinanti iniziarono a sfruttare la servitù con quell’intento ed un giorno, per farli desistere, avendo ceduto in affitto il terreno, concedetti di far arare anche il passaggio, innescando una storia inaudita. Premetto che di solito alla vigna accedevano non solo dal mio terreno.

Ricevetti un’intimazione dall’avvocato della signora a ripristinare il passaggio e subito mi resi conto che le cose erano molto serie; mi misi ad indagare per conoscere la storia di quel terreno e trovai il figlio di un precedente proprietario del mio podere che mi confermò lo sconto di 250.000 lire sul prezzo del terreno, a causa della servitù in oggetto, nella transazione tra suo padre e il proprietario che me lo cedette. Scoperto ciò, scrissi subito una lettera raccomandata alla signora, porgendo le mie scuse per il disagio arrecatole e che l’aver trovato il testimone a suo favore, spiegava la mia buona fede. Pensavo di aver risolto il problema e in realtà lo era, ma la signora non paga, pretese assurdamente una servitù di passaggio anche dal lato opposto della vigna e così andò in lite legale con l’altro confinante che nel frattempo aveva messo delle barriere, cioè ottenere il diritto ufficiale di accesso da un’altra proprietà, oltre la mia, concludendo naturalmente la vicenda con la sconfitta in tribunale.

Quel giorno andai anch’io per assistere all’udienza e il giudice, nell’elencare i presenti, nominò anche me e disse che potevo ascoltare ma non intervenire, così stetti la una mezz’ora e verificato che io non ero assolutamente mai nominato, me ne andai.

Dopo alcuni mesi mi venne recapitato un plico con l’effige di una “bilancia”: - la sorpresa fu allucinante, erano le spese processuali della lite in cui io non centravo per nulla. Il giudice aveva risolto il problema dato che la signora non voleva pagare le spese della causa, pari a lire 3.750.000. Interpellai subito un avvocato e questo, chiedendomi subito 100.000 lire per la consulenza, mi dissuase dall’intraprendere qualsiasi iniziativa contro il verdetto, dicendomi che non esiste un “cane che mangia un’altro cane”, cioè nessun giudice darà torto ad un altro suo pari. La metafora era purtroppo calzante. Totale della spesa per la mia ingenuità: - Lire 3.850.000, quasi quattro stipendi mensili di allora. <Devo dire però che ora chi osa adoperare il passaggio non avendone il diritto, rischia veramente molto…>

Penso che tutto sommato, con le vicende successemi, non mi è andata poi tanto male, perchè ho citato solo degli episodi emblematici; sarei potuto diventare, anzichè un elettricista, una “materia prima” per la magistratura, con tutte le occasioni incontrate per fare il classico “fallo da espulsione”. Mi viene automatico pensare a coloro che sono incappati nelle maglie della giustizia e purtroppo sono stati condannati ingiustamente, come pure a quelli che riescono sempre ad uscirne impuniti; la rabbia, lo sgomento e il rancore sono gli unici sentimenti che provo verso quelle persone che con la loro superficialità o incapacità  hanno causato tante sofferenze e ne causeranno ancora, perchè rimettere in libertà delinquenti incalliti è un atto veramente criminale. Sembra quasi che sia in atto una specie di selezione naturale come avviene nel regno animale, cioè l’essere più debole deve soccombere in funzione di quello più forte. Già, anche noi umani siamo animali, però sono sicuro che la perfidia e la malvagità appartenga solo a noi “umani”.

Una persona che decide di diventare un giudice ed ha tutte le doti morali per esserlo, dovrebbe essere libera da condizionamenti e/o ricatti, ma per il semplice fatto che è pur sempre una persona, ha il diritto di vivere come tutti gli altri, quindi avere una famiglia e tutti gli oneri ed averi che fanno parte di tale impegno. Questo lo rende altamente vulnerabile e dovrebbero essere le istituzioni a fare in modo che possa espletare le sue funzioni in maniera totalmente serena e senza preoccupazioni di sorta per se e per la sua famiglia. Per mio conto questo sarebbe un ottimo motivo per scioperare ad oltranza tutti in massa, affinchè il parlamento si compatti e finalmente sancisca un’equa e seria protezione per la magistratura a rischio, come pure emani delle sanzioni severe per i gravi “errori” che essa spesso commette. La certezza della pena deve esserci per tutti.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono forse i più ricordati martiri della magistratura italiana e fa male pensare anche solo per un attimo che se i magistrati ammazzati fossero stati gli unici a credere ciecamente nella “missione” di giudice, forse tutti gli altri che pur impegnati nello stesso ambito, non corrono quei rischi, eserciterebbero solo il “mestiere” di giudice!

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