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LE MIE AMICHE

LE MIE MOTO

-VESPA SUPER SPORT 180 -1965-.JPGNel 1970, ancora ragazzo, dovetti acquistare contro il volere di mia madre e per questo, con non poche difficoltà, uno scooter Vespa usato, per recarmi al lavoro, dato che già da mesi, avendo cambiato posto di lavoro, mi dovevo sorbire fra andata e ritorno in bicicletta, a volte anche una cinquantina di km.; mi parve un sogno quando la provai: - avevo 19 anni e già da 5 lavoravo come elettricista, per 3 anni in trasferta e per il resto nella zona in cui vivevo; la mia bicicletta era spesso carica di attrezzi e di materiale, con il posto sempre per la borsa del mangiare che mia madre mi preparava.

Avendo grossi problemi in casa (mio padre e mia madre avevano avuto dei gravi problemi di convivenza, in pratica, la mai soddisfatta madre aveva preferito rinunciare a un corrispondente, per lei, non più motivato, perchè si sentiva forte del supporto finanziario dei figli) ed essendo il più vecchio di 3 fratelli, praticamente, la mia paga avrebbe dovuto compensare quella di mio padre; con il lavoro ad ore di mia madre e del mio secondo fratello, che faceva il garzone di bottega, si riusciva a vivere.

Appunto per i sucitati problemi dovetti cambiare posto di lavoro e la mia busta paga che prima era di apprendista, circa 25.000/30.000 lire, di colpo divenne, come operaio, di 60.000/70.000 lire e comunque doveva essere sempre consegnata in casa, pertanto a me restavano le mille lire che mi dava alla settimana e i soldi che guadagnavo a insaputa di mia madre, facendo dei lavori per conto mio, alla domenica. Quando mi lamentavo con mia madre per la necessità di comperarmi uno scooter, lei diceva sempre di aspettare perchè i soldi non bastavano e io intanto pedalavo e pedalavo.

L’azienda per cui lavoravo risiedeva in un altro comune. Il mio nuovo titolare mi aveva mentito quando mi convinse ad accettare la sua offerta di lavoro: - mi aveva promesso l’auto, la “bianchina” (dato che non potevo permettermi un motorino), così al mattino sarei passato a prendere altri 3 compagni di lavoro, che abitavano dalle mie parti, per poi recarci al cantiere. Il primo giorno di lavoro capii che mi aveva gabellato, allora in forza di quanto credito io vantavo nei suoi confronti, dopo diversi mesi trovai il coraggio di fargli una proposta, cioè: - lei mi presta 70.000 lire per l’acquisto di uno scooter usato ed io le ritorno 10.000 lire al mese con i miei risparmi, in modo che la busta paga resti integra. Acconsentì ed acquistai una Vespa usata.

Quando mia madre vide la Vespa, andò su tutte le furie e mi chiuse i battenti, nel senso che nonostante non mancasse nulla dalla busta paga, per quasi 3 mesi in casa mi dovetti arrangiare a fare tutto, come se fossi stato un estraneo in affitto. Alla riapertura dei “rapporti diplomatici” mi chiese dove avessi trovato il denaro per comperare la Vespa ed io non potei dirglielo perchè se avesse saputo che avevo dei risparmi mi avrebbe considerato un vigliacco traditore , dato che secondo lei c’era la famiglia innanzi tutto. Così ancora oggi a distanza di tanti anni, lei pensa ancora che io abbia rubato la moto o i soldi per acquistarla. Una cosa però tenne a precisare, mi disse: - non pensare che la Vespa sia solo tua, è anche di tuo fratello.

Dopo ben 37 anni decisi di informarmi per rimettere a posto la mia adorata Vespa e chiesi dei preventivi; un meccanico però mi fece vedere nel suo retrobottega, una Yamaha DragStar 650 Classic usata che era praticamente come nuova: 3 anni di vita e 4.000 km. Quando ritornai a casa, per scherzo dissi a mia moglie che avrei comperato una moto, mandandola su tutte le furie. In realtà, anche se era stuzzicante l’idea perchè la moto era molto bella e tenuta bene, non l’avrei mai comperata; ma non avevo fatto i conti con la reazione di mia moglie: - di colpo mi riportò indietro di tanti anni e così decisi che non avrei più permesso che una donna mi privasse di una mia necessità  o di un mio capriccio, in questo caso una soddisfazione dopo 40 anni di lavoro. Percependo già la pensione e continuando a lavorare come artigiano con mio figlio, non mi trovai squattrinato come molti anni prima e l’acquistai. Quando portai a casa la moto, sebbene mia moglie avesse detto che non ci sarebbe mai salita , tranquillamente e senza problemi invece salì e ne fu anche entusiasta.

Due racconti simili ma con radici diverse: - il primo impostato da una ideologia comunista e delle pdsc00806-moto.JPGiù dure, mentre l’altro al contrario, essenzialmente ha radici molto democratiche. Questi tipi di episodi dovrebbero essere riportati sui libri di scuola, per far capire che la vera libertà va pagata sempre a caro prezzo, e che niente nasce dal niente.

Sicuramente ai miei figli, fin da bambini, è servito molto conoscere la vicenda della Vespa, perchè tutte le cose che avrebbero desiderato avere, se non strettamente necessarie, sapevano benissimo che dovevano comperarsele con i loro risparmi. Sopratutto, avendo avuto molte occasioni per risparmiare, hanno avuto anche la facoltà di togliersi molte soddisfazioni.

LA PRIMAVERA E’ VICINA!

-VESPA SUPER SPORT 180 -1965-.JPGLa primavera è vicina e ci sono troppe cose da fare ancora, in giardino e nell’orto di casa, nella vigna di Refosco, nel boschetto di noci, carpini e faggi, per poter trovardsc05414 il giardino.JPGe il tempo di tirare fuori la moto ed andare per le colline del prosecco; posti meravigliosi, dove il continuo saliscendi ti porta un tuffo al cuore, ogni volta che scollini, tale è la bellezza di quei panorami che si ammirano. Mia moglie, fin da quando eravamo ragazzi, ha sempre detestato andare in moto; allora le possibilità  finanziarie mi permettevano solo la Vespa usata, una Super Sport 180, una vera bomba per quegli anni, eravamo nel 1970. Ora ha cambiato un pò opinione, anche se non è lei a lanciare l’idea per una gita in moto, rimane sempre estasiata dalle bellezze della natura e dai profumi degli alberi in fiore; il profumo dei vigneti in fiore, qualcosa di incredibilmente delicato e veramente unico. Colline, campagne, perciò coltivazioni varie e stalle con i loro odori che riportano al passato, all’infanzia passata nei campi degli zii, dato che mio padre aveva lasciato il lavoro dei campi. Ricordi di momenti bellissimi quando la fretta di crescere non ti lasciava il tempo di accorgerti di che splendido paradiso eri circondato. Oggi, a sessant’anni, non si ha più quella fretta, ma si deve fare in fretta a finire ciò che va portato a termine per poi trovare il tempo per ritornare a ricordare quando eravamo poveri in canna ma ricchi di sogni nel cassetto.

AMICIZIE

guglie-fianco.JPG

           I MIEI CARI AMICI
 
Quando riesco a liberarmi dagli impegni vado volentieri a trovare i miei amici che di solito trovo al bar della Pesa, di un paesino dove quasi 60 anni fa nacqui. I miei lasciarono quel luogo che io avevo solo 4 anni e poco più, pertanto questi amici non fanno parte della mia infanzia, anche perchè sono ben più datati di me, infatti li chiamo affettuosamente i “vetusti”. C’è chi gioca a carte e chi intrattiene con racconti del passato o di attualità, oppure qualcuno, che al mattino mangia “pane e volpe”, con sfottò e battute si mantiene a “galla”; passiamo dei momenti lieti, degustando vini e degli stuzzichini niente male, aspettando l’ora di cena per rincasare.———————————————-
 27/07/2014  Chiarimento per chi “fatica” a capire il nesso tra il panino con la volpe e riuscire a “galleggiare”.

A quelli che “galleggiano” a fatica: - l’albero del bosco che non è riuscito a raggiungere la “luce” in età giovane, può solo sperare che gli alberi attorno a lui muoiano in fretta; - un’ “animale” che ha avuto la stessa sorte, spesso impara in fretta ad eliminare con qualsiasi mezzo chi gli ostacola la “luce”. Non essendo io un albero, nemmeno un’animale, inteso come bestia e soprattutto non avendo nel mio repertorio culturale, sfottò di nessun tipo, non avendone assolutamente bisogno, penso proprio di non appartenere a coloro che cercano di “galleggiare”, annegando gli altri. Chi ha orecchie per intendere, …

Comunque non mi sono mai divertito tanto!

IL GATTO, LA VOLPE E …


Verso la fine degli anni 80, ci successe una sequenza di avvenimenti a dir poco curiosa, quando io e mia moglie pensammo di costruire la nostra casa. Avendo già  due appezzamenti di terreno, di proprietà  di mia moglie, uno già  edificabile in parte e l’altro agricolo ma in procinto di essere trasformato in area urbanizzata, chiedemmo informazioni all’ufficio tecnico del comune.il-gatto-la-volpe-e.jpg

Nel primo terreno il comune ci avrebbe permesso di costruire una casa troppo stretta e lunga, per esempio: - corridoio da un lato e stanze dall’altro; il motivo era che non mi davano la facoltà di sfruttare l’accordo con i confinanti per la distanza della casa dai confini, come tra l’altro in diversi casi avevano già concesso e come concedettero poi a chi vendemmo il terreno.

Il secondo appezzamento, avevano promesso che nelle prossime varianti al piano regolatore, lo avrebbero reso edificabile ma così per molti anni non fu.

Ricevemmo anche una proposta da parte del responsabile dell’ufficio tecnico: - in poche parole ci offrì un terreno edificabile di sua proprietà al “modico” prezzo di 80.000 lire il metro, circa tre volte la quotazione del nostro terreno. Ovviamente su quel terreno non avremmo avuto nessuna noia con il comune per il progetto, ci assicurò il “corretto funzionario”.

Lanciai un’avvertimento sia al sindaco che al geometra comunale: - dissi loro che era solo una questione di tempo, ma prima o poi sarebbero finiti in galera e che in ogni caso, in quel comune non avremmo costruito niente; o trovavamo una casa in vendita, o cambiavamo comune. Così facemmo: vendemmo il piccolo appartamento che avevamo ed acquistammo una casa quasi nuova, di 2 appartamenti con seminterrato in un’area di 2.300 mq. con più di un’ettaro di terreno agricolo annesso, commettendo l’errore di rimanere nello stesso comune. Di li a poco me ne sarei reso conto più a fondo.

Ad ogni nostra domanda in comune per modificare la casa, (recinzione, ricovero attrezzi agricoli, ampliamento minimo dell’abitazione) la risposta era sempre negativa e piena di intoppi.

Per anni presentammo progetti, anche rivisti, ma sempre la risposta era no.

Maledicendo il giorno che decidemmo di inoltrarci in quelle avventure, abbandonammo completamente tutti i progetti e dirottammo così il denaro risparmiato in altri investimenti.

Venne il momento delle votazioni comunali ed il geometra a cui avevamo affidato l’incarico di sviluppare i nostri progetti, ci avvisò che il comune aveva dato l’OK a procedere con tutti i lavori.

Io e mia moglie avevamo già impegnato i nostri risparmi, così ci trovammo di fronte ad un problema non da poco. Dover sviluppare in un colpo solo, i progetti accumulati in circa quattro anni e far fronte alla spesa ci sembrò impossibile, ma decidemmo di osare lo stesso, anche perchè il mio lavoro di artigiano in quel periodo stava andando bene.

Cercammo un’impresa edile e purtroppo dovemmo affidare l’incarico proprio a coloro che costruirono la casa (noi l’acquistammo che aveva 8 anni), le cui finiture lasciavano a dir poco a desiderare (a fine lavori ci saremmo resi conto che questi “artisti” erano addirittura peggiorati). Avremmo dovuto aspettare troppo per avere un’altra impresa, con il rischio di protrarre troppo i lavori e oltrepassare il termine fissato dal comune.

A parte il-gatto-e-la-volpe-confabulano.jpgi vari ostacoli all’inizio dei lavori, posti proprio dal geometra comunale che aveva avallato i progetti (esempio, blocco dei lavori al secondo giorno, per una denuncia da parte di un confinante al quale sarebbe bastato spiegare che era cambiato il piano regolatore e tutto era in regola) al quale non pareva vero di farmela pagare, i lavori male o bene (disastrosamente meglio dire) furono terminati ed arrivammo alla resa dei conti. Avevamo chiesto e ci avevano concesso di costruire un ricovero per attrezzi agricoli, previo un atto notarile di “vincolo d’uso”, pagato con oltre 700.000 lire; quando arrivò la cartella delle tasse sulle immondizie, l’importo per l’abitazione era di 800 lire circa a mq. e l’importo per il “deposito attrezzi agricoli” era di 1600 lire circa a mq. Era chiaro che qualcuno si era già  attivato alla seconda fase del suo progetto, perchè scrivendo sul documento delle tasse, “deposito attrezzi agricoli” e non ricovero attrezzi agricoli, come stava scritto sul concessione edilizia, fece passare il tutto come fosse una attività  commerciale. Esibimmo il documento che ci fecero fare dal notaio, cioè il vincolo d’uso, ma non ci fu niente da fare. Dissero che anche se io ero iscritto ai coltivatori diretti, la mia attività principale non era quella, pertanto c’era poco da contestare perchè io avrei usato l’immobile per la mia attività. Spiegai che la mia attività di artigiano si svolgeva totalmente nelle sedi dei miei clienti e che i vari laboratori e depositi materiali erano situati in aree che loro mi mettevano a disposizione.

Mi chiedevo in continuazione che male avevo fatto per andare ad incappare in “casini” di questo tipo.

Un giorno si presenta a casa un vigile urbano e chiede a mia moglie che le apra il “deposito” attrezzi agricoli perchè deve controllarne il contenuto, al che lo fa entrare; redige il verbale e sto figlio di una puzzola va a scrivere queste testuali parole: - sono state trovate tracce di rame su uno scaffale; praticamente avendo trovato in mezzo alle varie cianfrusalie di casa, circa un metro di filo di rame, era palese per quel vigile, che si era in presenza di una attività commerciale occulta, non dichiarata; ma vi rendete conto di cosa sono stati capaci?

In quel caso penso di essere stato fortunato, perchè in quei giorni mi trovavo per lavoro in Francia, così non assistendo all’accaduto, evitai di incorrere in qualche sanzione; qualcuno mi dica come una persona normale può rimanere impassibile a tanta arroganza?

Ricordo che quando mia moglie mi informò dell’accaduto, volevo rientrare a casa subito, tanto era il mio furore, ma avrei messo a repentaglio il buon esito del lavoro, considerando che avevo dei dipendenti da dirigere e scadenze da rispettare.

Al rientro la rabbia si era calmata e non avendo tempo non andai subito a protestare in comune; lo feci qualche tempo dopo e nel frattempo arrivò la nuova cartella della tassa/immondizie, in cui era così suddiviso il “deposito” attrezzi agricoli: - il 70% come attività commerciale ed 30% come attività agricola.

Tornai a protestare con una lettera all’ufficio competente e dopo qualche mese, mentre tutto intabarrato per il freddo, stavo potando le piante in giardino, suona al cancello un vigile urbano, lo stesso che aveva redatto il verbale di cui sopra; era accompagnato da un suo collega molto giovane. Fingendo di non conoscermi, mi chiede: - la signora è a casa? al chè rispondo, senza distogliermi dal mio lavoro: - è uscita per la spesa; chiedo di che cosa avesse bisogno: - devo controllare il “deposito attrezzi”, mi dice; - ma è suo il deposito? Gli chiedo; - no, è della signora! Mi rispose; - allora deve aspettare che ritorni! Ribattei io.

Scendo dalla scala dove stavo potando un albero e mi avvicino al cancello dicendogli che era male informato, perchè il primo intestatario del ricovero attrezzi ero io e in ogni caso la sua arroganza faceva presagire che invece fosse lui il vero padrone e che allora non avrebbe dovuto aspettare la signora e sarebbe potuto entrare da solo se aveva le chiavi. A quel punto andò su tutte le furie ed iniziò a minacciarmi con frasi come: - voi evasori dovrete pagare per le vostre azioni illecite; che ci penserà lui a mettermi a posto; al chè dissi al suo collega di portarlo via prima che ricevesse una meritata “lezione” che mi avrebbe potuto mandare in carcere e mentre il “giustiziere degli evasori” continuava ad inveire contrla-volpe.jpgo di me, il suo collega lo trascinò via.

Dopo mezz’ora arrivò il capitano dei vigili che mi chiese scusa per il comportamento del suo subalterno ed addusse delle scusanti veramente sconvolgenti: - sai, a quello non posso fargli fare altro perchè è ammalato! Mi disse; Le risposi: - ma sai che se mi partiva un pugno (e avevo motivo per darglielo), a quell’ora sarei già stato arrestato e comunque la responsabilità sarebbe stata tua, se era vero che era in quelle condizioni? Mi invitò al comando per esibirmi il documento che certificava quanto mi aveva detto, però prima mi chiese di essere così gentile da fargli vedere il contenuto del “deposito attrezzi”; risposi che era la, aperto e se voleva, andasse da solo a vederlo. Si arrese e mentre stava salendo in macchina, lo accompagnai al ricovero attrezzi e gli chiesi dove vedesse materiali o attrezzature per attività “extra contadine”. Prese atto e mi accompagnò al comando, dove commise un fatto veramente grave: mi fece leggere il certificato medico del vigile che mi aveva minacciato, al che, ribadii che le sue responsabilità erano gravi e solo perchè aveva trovato me, non ci sarebbero stati strascici al fatto; che comunque confidavo che dopo aver preso atto dell’uso del ricovero attrezzi, mi avrebbe sistemato una volta per tutte la questione della tassa sulle immondizie. Non fu proprio così perchè suddivisero in un 40% per uso garage e il restante 60% per uso agricolo. Questo avvenne dopo 3 anni che pagavo tasse come se avessi avuto un negozio in centro e ci fu una restituzione simbolica degli importi versati in più, come dire: - va la che ti è andata anche troppo bene!

Nel tempo le giunte comunali cambiarono e soprattutto nel periodo di “tangentopoli”, i vari personaggi a cui feci delle “previsioni future”, per pura “fatalità” andarono tutti, anche se per troppo poco tempo, in carcere. La nuova giunta che si installò al posto dei succitati, da buona “sinistra”, vide il sistema per far denaro rimanendo nel lecito e ci invitò a richiedere il cambio d’uso al ricovero attrezzi agricoli, per sfruil-gatto.jpgttarlo come capannone artigianale; non importava se serviva a me, ma con l’ ICI che applicavano, senz’altro a loro sì; rifiutai ovviamente.

Oggi, se io dovessi vendere l’immobile, potrei venderlo solo come ricovero attrezzi agricoli, non certo come “deposito” e nemmeno come garage, ma non è questo il problema! …

IL RAZZISMO E’ ANCHE QUESTO


Parecchi anni fa un famoso, almeno per il nordest, gruppo musicale veneziano, i “Pitura Freska”, venne invitato dalla TV di stato per un’esibizione in una trasmissione; questi accettarono di buon grado, era un’occasione imperdibile per la loro visibilità a livello nazionale, però qualcosa non andò come doveva, oppure era solo stata una mossa provocatoria, fatto sta che dopo essersi preparati con grande meticolosità, ricevettero da Roma un messaggio che diceva in parole povere: - abbiamo deciso, nostro malgrado, di non portare più avanti il programma per la Vs. esibizione nei Ns. studi, in quanto i Vs. testi risultano incomprensibili alla maggior parte degli utenti, il Vs. dialetto non si comprende bene. Questa testimonianza è dei Pitura Freska.pitura-fresca-5.jpg

Io mi domando come si può essere così di parte in una struttura pubblica:

- è vero o no che da quando l’ente TV esiste, le canzoni siciliane, napoletane, romane, toscane, milanesi, ecc., sono sempre state trasmesse, anche a sproposito?

- è vero o no che da parecchi anni, specialmente con l’avvento delle “fiction”, c’è stato un condizionamento da flessioni dialettali nella lingua parlata nelle trasmissioni del nostro glorioso ente TV?

- è vero o no che buona parte degli spot pubblicitari, fiction e conduzioni di programmi che passa l’ente TV, sono in romanesco o ditemi qual’è la flessione dialettale che pone la Z al posto della S, che si mangia le R doppie, che mette le doppie dappertutto fuorchè dove devono andare?

La nuova moda dell’elite: far passare per termini in italiano, parole ed espressioni che riguardano solo determinate regioni?

A questo proposito mi viene in mente la “lotta italiana” contro i difensori del territorio della Lega Nord. Qualcuno li ha definiti barbari, zoticoni e bifolchi, solo perchè si esprimono nel loro dialetto e con la loro cultura, senza quel ronzio fastidioso, per me, di tutte quelle “zeta” che invece si usano nella “nuova lingua italiana” imposta dai media. Posso capire che chi non si proclama “dottore”, possa mantenere la sua flessione dialettale, ma soprattutto per i dottori in letteratura e specie nei programmi radiotelevisivi nazionali è d’obbligo la dizione corretta della nostra lingua, anche per non essere scambiati per “burini”, e siccome i media pullulano di “dottori burini”, sarebbe opportuno rientrare nelle regole dettate dai nostri padri.

Nelle barzellette italiane che coinvolgono personaggi di diverse nazionalità, si fa sempre risultare il personaggio italiano sempre nella parte del più furbo!

Nelle barzellette “italiane” che coinvolgono personaggi di diverse regioni, c’è da sempre la moda di assegnare, con la sua espressione dialettale, al personaggio veneto, friulano o altoatesino, il ruolo più negativo: o tonto, o ubriacone, o puttaniere, mentre il personaggio più scaltro parla sempre con la “ZETA” onnipresente tanto da aver condizionato il modo di penZare di un integerrimo giornaliZta che conduceva una trasmiZZione sulla III° rete Rai, il quale apertamente e senza paura disse che il boom economico del nordest era frutto di tanti piccoli imprenditori disonesti e pure evasori fiscali che invece di far lavorare tanti disoccupati, facevano 20 ore al giorno, per poi andare a spendere i proventi in alcool, puttane e casinò, quando sappiamo bene che i bar erano pieni di “parsimoniosi lavoratori disoccupati” e che non li schiodavi da li neanche con il flauto magico. Penso comunque che dopo 20 ore di lavoro duro, rimanga ben poco da “spendere”.

Questo illuminato personaggio non ha voluto precisare che spendevano soldi loro e non provenienti dalla “caZZA per il mezzodì. La disonestà e l’evasione fiscale andava provata, come si usa in un paese civile; oppure il nostro stato di diritto è proprio solo quello “ROMANO”?

ForZe è per queZto che la parola “razziZmo” suona molto bene in bocca a certi perZonaggi.macro-dell-insetto-della-cicala-thumb8987283.jpgmacro-formica.jpg

Non con rancore, ma è con compassione che saluto tutti quei personaggi che non capiscono che un popolo può davvero diventare grande se impara a dominare, anzichè il prossimo, i propri sentimenti di invidia di rancore verso i “fratelli” ritenuti più fortunati a torto o a ragione, se si può considerare fortunata la formica, rispetto alla cicala!

IL SUPERFLUO, L’ESSENZIALE E L’AZZARDO

A giugno 2008, mio fratello e mia cognata decisero di installare una “stube”, un tipo di stufa tradizionale tirolese a legna e così si misero a cercare delle offerte; subito capirono che esistevano diversi materiali e metodi di costruzione così la loro ricerca si protrasse per quasi tre mesi, riuscendo ad avere sette offerte abbastanza diversificate, vuoi per tecnologia, vuoi per peso, vuoi per materiali, vuoi per prezzo.

Premettendo che a tutti i fornitori era stata richiesta una “stube” per riscaldare circa 100 mq, era una bella impresa individuare la migliore offerta, dato poi che di “stube”, una persona non ne acquista tante nella sua vita, la scelta, per mio fratello, doveva essere molto accurata. La prima offerta l’ebbero da una ditta di Vicenza: prima elencarono loro tutte le loro magnifiche installazioni di varia fattura, gli diedero un’idea di cosa chiedere, poi quando passarono alla composizione finale del progetto, il titolare della ditta, spiegò loro le proprietà  meravigliose del “Carburo di Silicio”, materiale di cui sono fatti gli elementi prefabbricati del girofumi che lui intendeva adoperare, al che diventò chiaro che lui stava proponendo una stube preassemblata e perciò lontano da ciò che loro cercavano. In ogni caso prendono nota e si riservano di decidere più avanti.

Nella loro zona ebbero altre tre offerte, con tipo di materiali refrattari standard; due offerte con maioliche tedesche e una con maioliche di produzione propria. Tutti e tre più o meno con lo stesso prezzo, però con grandezze e/o pesi diversi; quella con maioliche proprie, era spaventosamente sproporzionata, dice mio fratello, addirittura 38/40 ql. di peso, contro i 25/27 ql. delle altre due; ovviamente Laterale stube lato salaoffrivano quasi le stesse caratteristiche ad eccezione fatta per la più pesante che offriva una resa maggiore ma non spiegava tutto quel peso in più e il prezzo addirittura leggermente inferiore alle altre. Entrambi furono sconcertati, sopratutto perchè nessuno degli interpellati aveva mai parlato di problemi di “struttura portante” della casa, dato che tutti avevano avuto le planimetrie dell’abitazione e pertanto sapevano che la stube andava installata sul piano rialzato di una villetta di tre piani costruita senza accorgimenti antisismici; al titolare che offriva la più pesante, chiesero se serviva rinforzare la struttura portante della casa e se si poteva ridurre le dimensioni del foro sul muro portante che lui richiedeva (h. mt. 2,10 x l. mt.1,20), perchè lo ritenevamo troppo rischioso: disse loro che secondo lui non serviva rinforzare niente e non si doveva modificare niente del suo progetto, pertanto, mio fratello dice, il suo preventivo si eliminò da solo.

Decisero di andare ancora in Internet per avere qualche altra idea e seguendo lo spunto dato da una nipote che era già in possesso di una stube austriaca, presero contatto con quella ditta ed un rappresentante andò loro a far visita. Dopo aver spiegato pure a lui tutto ciò che serviva, con un buon italiano, diede loro delle ottime idee e anche subito un’approssimazione sulla resa, sul peso, sul prezzo e sui tempi di consegna della stube, ma diede anche un avvertimento che fino a quel momento nessuno aveva dato, cioè: bisognava verificare che la struttura portante del solaio e del muro maestro fosse adeguata al peso da caricare. A questo riguardo interpellarono subito un geometra e questi spiegò loro che su quel tipo di casa non si sarebbe dovuto caricare assolutamente nulla e che anche rinforzando la struttura, secondo lui non ne sarebbe valsa la pena. Insistendo, mio fratello lo convinse e assieme ad un ingegnere gli preparò un progetto di rinforzo a mezzo travi in acciaio spaventose, al che mio fratello gli chiese: che senso avesse tutto ciò se dopo un terremoto, della casa rimaneva in piedi solo la stube? Ovviamente aveva fatto una battuta.

Si trattava di una stube tradizionale costruita in loco; il Sig. “Fritz” li aveva letteralmente sbalorditi e aveva anche aggiunto un problema in più; erano arrivati già a fine agosto e “Fritz”, in un attimo, sembrava avesse risolto tutti i loro problemi, addirittura avrebbe consegnato pFronte stube lato salarima degli altri, ma allo stesso tempo li fece riflettere sulla fattibilità del progetto.

Per capire il tutto bisogna andare a fare la spunta:

- peso “stube Fritz” ql. 15, contro il minimo di ql. 25 degli altri progetti;

- resa “stube Fritz”: +20° su tutto il piano con -5° esterni, facendo una carica al giorno di 18 kg. di legna, dove gli altri garantivano la stessa temperatura ma con due cariche al giorno di 10/15 kg. l’una e senza contare che per scaldare quella da 38/40 ql., ammesso che bastassero quei chili, servirebbe iniziare a scaldarla una settimana prima del bisogno, data la enorme massa;

- costo “stube Fritz”: stranamente allineata con gli altri, addirittura dopo aver ottenuto un buon sconto (tanto peso in meno, faceva sperare in un prezzo più ridotto); la spiegazione stava nella diversità dei materiali; ma c’era un’altra differenza importantissima rispetto agli altri preventivi: “Fritz” applicava due aliquote IVA in maniera conforme alle leggi vigenti (verificato poi da mio fratello), mentre sui preventivi italiani non c’era un conteggio che fosse uguale e conforme fra loro; chiedendo spiegazioni, il sig. Fritz disse che ad un terzo del valore della stube veniva applicata l’aliquota IVA del 20%, mentre per i due terzi era solo del 10%, per effetto delle agevolazioni concesse dalla legge sullo sfruttamento delle energie rinnovabili.

- il taglio del muro maestro per la comunicazione della stube tra la sala da pranzo e l’ingresso, il sig. Fritz aveva chiesto loro, un foro alto mt. 1,50 da pavimento e largo mt. 0,65 contro un minimo degli altri preventivi, di 1,70×0,85 ad un massimo di 2,10x 1,20, pertanto l’impatto del progetto austriaco, sulla struttura della casa risultava meno pesante;

- dato che la canna fumaria dovevano costruirla nuova e nessuna delle ditte italiane accettava di inserirla nel progetto, chiesero un paio di preventivi a delle ditte specializzate, ma anche il sig. Fritz propose loro un’offerta; così nonostante il prezzo fosse un pò più alto, sarebbe risultato più conveniente l’offerta del sig. Fritz, anche per avere una sola ditta per casa, a parte il taglio del muro;

- il rinforzo della struttura, dopo che mio fratello si trovò nel dubbio se farlo o meno, dato il peso molto inferiore della “stube Fritz”, decise di farlo comunque, però con una modifica sul progetto degli esperti e parlandone sia con il geometra che con una ditta specializzata, concordarono con lui che la sua proposta migliorava il rinforzo ed accettarono.

A questo punto mio fratello doveva decidere e purtroppo si accorse che solo per aver interpellato il sig. Fritz, anche se avesse fatto fare il lavoro a qualsiasi ditta, il costo complessivo era lievitato non di poco, però era anche vero che sarebbe stato sciocco tralasciare un problema così importante e magari dare anche l’incarico a una ditta che non aveva preso minimamente in considerazione la struttura portante.

Chiesero ad altre due aziende un’offerta, oltre alle succitate: una che probabilmente vendeva anche legna, visto quanto, secondo loro, avrebbero dovuto bruciare per scaldarsi; una che solo perchè arrivò troppo tardi, mio fratello l’accantonò prima di approfondirla, nonostante fosse abbastanza simile a quella del sig. Fritz. Ovvio allora che a mio fratello rimaneva solo che accettare la proposta del sig. Fritz e a conti fatti, dice mio fratello, era quella che garantiva il miglior risultato. Firmò l’ordine includendo una clausola particolarmente sottolineata fra le varie: la stube doveva essere costruita da tecnici austriaci, il che poi non fu così: addussero scuse molto “italiane”, come furono due “manovali” italiani a costruire il tutto, per fortuna con risultati negativi solo estetici! Ma questa è un’altra storia.

Qualcuno si chiederà il perchè di tutto questo racconto ma sono sicuro che rileggendolo accuratamente, dovrebbe comprendere. Se non altro per la differenza spaventosa di peso e ovviamente di materiali, fra i vari progetti. Poi, perchè nessuna ditta italiana ha preso in considerazione la gravità del problema “Struttura Portante”? Certo che il problema era di mio fratello, non loro!

Dimenticavo un problema che forse mio fratello evitò (ancora non si può sapere), acquistando la “stube Fritz”: - la legge che concede delle agevolazioni a chi investe sullo sfruttamento delle “energie rinnovabili”, pretende che l’iter di questi lavori e conseguente documentazione, segua una corretta via e cioè, se solo si sbaglia una “virgola” sulla presentazione degli incartamenti, addio agevolazioni! Allora mi chiedo: se mio fratello avesse presentato all’ufficio preposto per il rimborso della quota stabilita sulla spesa, una fattura con l’IVA tutta al 10%, o tutta al 20% (come proponevano le ditte italiane), o con 1/3 al 20% e 2/3 al 10% (come proponeva il sig. Fritz), che probabilità di successo sull’operazione avrebbe avuto?

Tutti coloro che hanno acquistato una stube da quelle “oneste” ditte italiane, avendo i problemi strutturali di mio fratello, come possono dormire tranquille?

Quando propongono questo tipo di prodotti con agevolazioni, almeno dovrebbero farci scegliere la “busta n° 1, 2 o 3, almeno così Stube lato ingressogiochiamo un pò d’azzardo!

Perchè non c’è abbastanza azzardo nel vivere quotidiano!!!

LA PARTITA ALLO STADIO

 Il calcio inteso come sport, per noi italiani è molto importante, tanto da farci incorrere in situazioni a dir poco assurde come è capitato a me e mio figlio, quando da ragazzino, lui giocava nella squadra degli “esordienti” nel comune dove abitiamo.

Era da tempo che mio figlio mi chiedeva di portarlo a vedere la Juventus a Udine in occasione della partita di campionato contro l’Udinese; purtroppo non era facile per il fatto che lui, giocando le partite della sua categoria alla domenica mattina, era libero troppo tardi per riuscire in tempo ad essere a Udine per l’inizio partita. Una domenica decisi all’ultimo istante di andarci, così mangiammo qualcosa in fretta e partimmo anche se avevamo l’incognita dei biglietti; una volta la, in qualche maniera speravo di trovare la soluzione. Non trovammo tanto traffico ed in poco tempo fummo la, al che mi recai subito alle biglietterie ma trovai, nonostante ci fosse gente dentro, tutto chiuso per esaurimento biglietti; cercai allora un “bagarino”, anche se sapevo che avrei pagato molto di più; lo trovai, guarda caso subito, e per di più aveva anche i biglietti che mi servivano, due distinti laterali (desideravo che mio figlio vedesse bene la sua prima partita di serie A), ma subito dopo aver pagato feci caso che un biglietto era per il settore nord e l’altro per il settore sud. Subito capii che non mi avrebbero mai lasciato entrare in coppia, sia da una parte che dall’altra.concerto-allo-stadio-friuli.jpg

Molto preoccupato mi girai cercando con lo sguardo di rintracciare il bagarino ed in mezzo a una marea di gente ebbi la fortuna di intravederlo; presi mio figlio e corsi da lui prima di perderlo di vista. Lo redarguii e gli feci presente che avrebbe dovuto capire che avevo con me un bambino di 10 anni e non un adulto. Mi rispose che non mi dovevo agitare e che non c’era alcun problema, così mi prese dalle mani i biglietti e si recò presso la biglietteria a cui io avevo invano bussato prima; qualcuno aprì e gli cambiò un biglietto, ritornò e mi disse sempre con il suo accento meridionale: - Guagliò, te l’avevo detto che non c’era problema!

Purtroppo non potevo pretendere di trovare il biglietto con il numero vicino all’altro e così ci guardammo la partita occupando un solo posto, tenendo mio figlio sulle mie ginocchia, ed è stato più bello per me!

Alla fine della partita, di cui non ricordo nemmeno il risultato, ritornammo a casa e strada facendo chiesi a mio figlio che impressione avesse avuto della partita e di quell’ambiente: mi disse che era proprio come l’aveva sempre sognato, quel momento, ma anche che era un mondo a dir poco”strano”, visto quel che ci era capitato. La domanda che mi fece: - papà  perchè quando abbiamo bussato noi, nessuno ci ha aperto, nonostante vedevamo che c’era qualcuno dentro e poi invece hanno aperto a quel signore, cambiandogli il biglietto? …

Da quella volta non ci sono più andato a vedere una partita di calcio professionista, mentre mio figlio c’è andato qualche volta con degli amici, procurandosi prima i biglietti, però.

Ho anche ulo-stadio-friuli-1.jpgna figlia che oggi ha 33 anni, sposata; lei e mio genero mi hanno donato una felicità immensa dandomi un nipotino, Tommaso; fra poco anche lui chiederà  di vedere una partita fra  campioni di serie A, ma sarà suo papà  questa volta a raccontare un’altra storia.

Mio figlio ora ha 28 anni, lavora nell’azienda di famiglia ed in tutti questi anni è riuscito a darmi delle belle soddisfazioni: - oltre che a vincere a livello scolastico (scuola media e media superiore) delle medaglie d’oro e d’argento, a livello provinciale e regionale, nelle specialità di corsa campestre e mille metri, partecipando anche alle finali studentesche a Catania; è stato anche campione d’Italia nell’anno 2000, con la squadra di calcio juniores del comune, dove io da ragazzino sognavo di poter giocare (mia madre venne due volte al campo con il bastone per farmi desistere e ci riuscì, purtroppo).

Da tutto ciò mi viene una considerazione da fare: - nonostante, in età  più giovane, avessi avuto dei rimpianti per non aver potuto fare sport, penso proprio di essere stato molto fortunato nella vita. L’amore di mia moglie e dei miei figli, le emozioni che loro mi hanno fatto provare, le belle soddisfazioni che il mio lavoro mi ha dato, valgono in assoluto molto di più di quelle che avrei potuto provare nel partecipare o assistere a qualsiasi grande evento sportivo. Inoltre sono felice che anche i miei figli abbiano capito quali siano le vere mete da raggiungere nella vita.

IL “GIARDINO DELLA SERENISSIMA” DEVE FARE CASSA

Ancora all’epoca degli antichi romani venivano costruite grandi vie di comunicazione che ancora oggi, anche se molto ammodernate, sono funzionali ed indispensabili. Quando vengono adattate e riparate è sempre un pò tardi. Soprattutto questo succede dove l’intensificazione Canale della Pietà.JPGesagerata del traffico è tale che i vari enti preposti non riescono, o per iter burocratici, o per scelte politiche, o per incapacità degli addetti ai lavori, a soddisfare al fabbisogno del contribuente.

Il contribuente dovrebbe essere quel tale che versando un importo stabilito dallo stato, acquisisce il diritto ad usufruire delle infrastrutture create dal succitato stato, atte ad agevolare il “libero” transito di tutti i veicoli ed autoveicoli. Di questi tempi, in Italia abbiamo assistito a cose allucinanti per quanto riguarda quel diritto a percorrere la penisola in modo veloce e sicuro: - cantieri perenni e deserti allo stesso modo; - strade ed autostrade bloccate da incidenti o da eventi atmosferici, con ritardi di allerta spaventosi, inoltre in totale mancanza di segnalazioni ed indicazioni di vie alternative, come quando tutti fiduciosi, entriamo in autostrada, e nessuno ci avvisa che è intasata o che è bloccata dai motivi succitati, con la sorpresa poi che devi pagare anche un servizio che non hai avuto, anzi ti ha danneggiato; si potrebbe chiedere cosa ne pensano coloro che sono stati “sequestrati” alcuni anni fa nell’autostrada del sole, prigionieri della neve; - vere trappole, come quelle semaforiche e quì si dovrebbe aprire un argomento solo per poter elencare tutte le nefandezze e le vigliaccate perpetrate verso l’utente della strada. Nel nostro paese non esiste il servizio per le varie utenze, bensì esiste il servizio opposto: - tutti i contribuenti dovrebbero farsi carico del mantenimento di tutto l’apparato statale e paraschiesetta-della-pieta.JPGtatale, ma soprattutto in funzione delle persone fisiche che compongono i vari quadri dirigenziali e personale “addetto ma poco presente”. Dissi ai miei figli, quando erano piccoli, che forse non loro ma sicuramente i miei nipoti si sarebbero messi in coda con le loro auto già  appena fuori del cancello di casa e che la cosa più importante sarebbe stata, versare i vari contributi e balzelli per tenere in vita un sistema sempre più marcio che produce poco, rispetto a ciò che riceve. Da ragazzo, quando apprendista elettricista, assistetti allo studio di una modifica all’impianto semaforico (il primo installato nel “Giardino della Serenissima”); mi ricordo con quanta cura il vigile urbano e l’elettricista anziano Angelo, studiavano i particolari ed i tempi da assegnare alle varie fasi del ciclo, per rendere agevole l’incrocio a tutti; il tutto era gestito in elettromeccanica, mentre ora c’è molta elettronica e come programmazione dovrebbe essere abbastanza più semplice e affidabile rispetto a quegli anni.

Ritengo di avere una buona esperienza sulla viabilità in genere, avendo lavorato come artigiano in tutta Italia ed anche all’estero, di chilometri ne ho percorsi parecchi e la sensazione che provai qualche anno fa e che provo ogni volta che devo percorrere la Statale 13, a Sacile in Viale della Repubblica, dopo l’intallazione della nuova semaforica, mi ha sempre tormentato: - non è concepibile che per percorrere poco più di un chilometro, questa più o meno è la distanza che intercorre fra il semaforo di San Liberale e il quarto semaforo con incrocio per Caneva, si impieghi alle volte anche un quarto d’ora, specie provenendo da Aviano; lo stesso tempo che serve per percorrere tutta la circonvallazione di Pordenone che è di molto più lunga e con il doppio dei semafori; non parliamo poi se devi girare a sinistra provenendo da Sarone; se lo fai una volta nelle ore di punta, capisci che ti conviene entrare in centro e percorrere le due alternative che hai: - la circonvallazione sud o il centro stesso (Campo Marzio > Contrada dell’Oca > Viale Trieste); praticamente la freccia verde a sinistra del semaforo ha lo stesso tempo dell’attraversamento dell’incrocio, pertanto quando torna rosso, se dal centro proviene un forte flusso di automezzi, tu rimani la, e dponte-della-vittoria.JPGopo al prossimo verde ancora la, e poi ancora; sopratutto non puoi cambiare corsia.

Ritornando al mio percorso usuale, più volte ho fatto la prova, provenendo da Aviano per Sacile ovest, percorrendo un tragitto più lungo come la circonvallazione sud o anche il centro, con il risultato che quasi sempre ci mettevo meno del tempo che serviva per fare il Viale della Repubblica.

Le circonvallazioni furono ideate “anche” per agevolare il traffico di passaggio e non per irritare chi è obbligato a percorrerle ed avvelenare gli abitanti che devono respirare i gas di scarico!

Un’altra trappola è il parcheggio con disco orario e ciò che ho visto ha dell’incredibile: - un sabato pomeriggio di qualche anno fa mi recai a Sacile per assistere alla partita di calcio che si svolgeva al campo sportivo in viale Martiri Sfriso e parcheggiai nel viale; a fine partita chiesi ad un mio amico perchè tante persone corressero verso l’uscita; - mi disse che andavano via prima che i vigili urbani facessero loro la multa per il disco orario scaduto, al che mi precipitai, io non l’avevo neppure esposto; era una segnalazione recente e non me n’ero accorto. Riuscii a portare via l’auto da sotto il naso dei vigili che staccavano multe a “manetta”. Riflettendo mi resi conto che era una vera carognata ciò che era successo: - il campo sportivo non possiede parcheggi propri, pertanto i giocatori e gli addetti che devono intrattenersi al campo anche per più di tre ore, non trovando parcheggi liberi (il più vicino è ad un chilometro circa) e quelli a pagamento, ammesso che ce ne siano a sufficienza, sarebbero abbastanza cari, o vengono in bicicletta od organizzano un pullman; ma ammettendo che fossero sufficienti per loro, di sicuro non lo sarebbero per gli spettatori che devono intrattenersi solo un paio d’ore e guarda caso il tempo-disco era solo di 90 minuti. Quel che è peggio è stato vedere i vigili che come dei “pescatori di frodo autorizzati” ritiravano le “nasse”.

Circa sei anni fa ricevetti via posta una contravvenzione sempre dai vigili di Sacile, per aver parcheggiato l’auto in posto non autorizzato; portava la data di tre mesi prima, così feci una ricerca sul mio rapporto di lavoro di quel periodo per capire dove, come e quando avrei potuto fare tale infrazione; risultò che io e mio figlio, quella sera alle ore 17,50 (l’ora riportata sulla multa) eravamo a Pordenone a ritirare dal concessionario l’auto interessata che aveva passato il tagliando di manutenzione.

Però mi venne in mente che una mezz’ora più tardi ci passai per Sacile, per delle commissioni e mi fermai un’attimo di fronte all’edicola di via Martiri Sfriso, dove avrei commesso l’infrazione, per prendere il giornale; risalii subito e me ne andai. Ciò voleva dire che in quell’attimo, “qualcuno” tanto zelante, avrebbe potuto prendere il numero della targa passando di la in corsa, senza rilasciare nessuna notifica e avrebbe redatto la contravvenzione, sbagliando a scrivere l’ora. Decisi di telefonare al comando dei vigili urbani di Sacile e spiegai che a quell’ora non poteva trattarsi della mia auto per i suddetti motivi, omettendo ovviamente di essere poi passato di la. L’interlocutore mi disse che mi avrebbe richiamato a breve e così fu; la frase che sentii: - scusi tanto, c’è stato un errore di numero di targa. Poco credibile direi, perchè nella contravvenzione era riportato anche il tipo di automobile e se non sbaglio anche il colore. Cosa piuttosto unica, non sembra?Il giardino della serenissima

Che dire d’estate, in occasione della “Sagra dei Osei”, chiudono completamente le vie del centro e fanno pagare un biglietto d’ingresso già dal sabato sera; certo che far pagare il biglietto a chi deve recarsi alla Santa Messa o a fare una qualsiasi commissione è proprio un’azione da paese “molto democratico”. Quello che fa indignare di più è che per l’interesse di pochi si possa calpestare il diritto di tutti coloro che convinti che pagando le tasse, possano ricevere in cambio un modo di vivere civile e non un continuo destreggiarsi in mezzo ad “accattoni” dichiarati e no.

Ma è poi così difficile riservare delle aree come si fa con le fiere?

A proposito di “rotonde”, visto che a Sacile non piacciono: - ci voleva l’Europa per insegnare ai primi grandi costruttori di strade al mondo (vedi le vie ancora esistenti degli antichi romani) che con una “rotonda” si riesce a far circolare tutti, nessuno rimane fermo, abbassando di molto il rischio di scontri frontali e collisioni. Erano anni che speravo in questa soluzione. In Francia già  più di trent’anni fa erano numerose e non serviva espropriare ettari di terreno per farne una. Ma forse è proprio per questo motivo che in Italia non volevano farle!

E sì che era una soluzione alla portata di tutti, bastava guardare come fa un liquido a scendere in un imbuto o in uno scarico!


LA DONAZIONE DI SANGUE E’ TROPPO IMPORTANTE! …

 Nel 1975, poco più di un anno dopo che io ventitreenne e mia moglie, due anni più giovane ci sposammo, decidemmo di diventare donatori di sangue, così ci recammo a digiuno un sabato mattina presto, presso il centro trasfusionale all’ospedale del capoluogo. Fatte le dovute visite di rito, io risultai idoneo e mi fecero fare la mia prima donazione, mentre mia moglie, essendo sottopeso le dissero, con suo grande dispiacere che non poteva donare. Ricordo benissimo che rifiutai qualsiasi iscrizione ad associazioni varie, anche dopo varie insistenze da parte degli addetti, al che spiegai loro il mio diritto a fare una donazione libera all’ospedale. Mi dissero che andava bene anche così e che mi avrebbero recapitato a domicilio il tesserino di libero donatore con le analisi ed ovviamente con il tipo di sangue. Un pò dispiaciuti, ma mia moglie di più, per non essere riusciti entrambi nell’intento, ce ne tornammo a casa consci che qualcosa di importante, in ogni caso, avevamo fatto.

Passarono delle settimane, ma dal centro trasfusionale non arrivava nulla; provai a telefonare ma non mi seppero dire niente, sembrava che la mia donazione non fosse mai stata fatta, non c’era traccia di nessuna analisi a mio nome. Dopo diversi mesi ricevetti un avviso per fare una donazione urgente, da eseguirsi presso l’ospedale del capoluogo alle ore 08,00 di domenica mattina. Non rendendomi neanche conto che tutto era un pò strano, mi presentai all’ospedale dove venni informato che il centro trasfusionale quel giorno era itinerante e la non c’era nessuno; alquanto sconcertato, anche perchè non avevo altri interlocutori, me ne tornai a casa proponendomi di non rincorrere mai più certi idealismi.

Un bel giorno di tre anni dopo, nella fabbrica dove come “esterno” eseguivo dei lavori, raccontando a dei miei amici ciò che mi era successo come donatore, mi fecero conoscere una persona che lavorava li e che era nientemeno che il presidente di un’associazione donatori di sangue; lo misi al corrente di quanto successomi e pure che non mi interessava più di fare il donatore; era veramente grave che dopo tre anni non mi avessero neanche invitato per una spiegazione, dopo le mie ripetute richieste.

Così come succede “spesso” nella vita, in meno di una settimana, il solerte presidente mi consegna il tanto cercato tesserino con su riportata la mia donazione di tre anni prima, il tipo di sangue che finalmente potevo conoscere e in bella evidenza sulla copertina la “sigla” dell’associazione. Rimasi sconcertato e per educazione o per vigliaccheria non feci nessun commento, ringraziai e dissi solo che avrei dovuto lavorare a fondo per convincermi che non era successo nulla e che era stato solo un semplice disguido.

Il presidente fu veramente bravo a temporeggiare, finchè riuscì a tirarmi a “riva”; con la sua giovialità riuscì perfino a farmi partecipare alle feste dell’associazione e tutto sommato c’era un’allegra atmosfera. Nel frattempo avevo iniziato a donare il sangue il che mi dava una certa soddisfazione, un qualcosa che mi faceva sentire utile, pensando a quanto bisogno c’era di sangue nel mondo; tutto ciò che mi era successo era quasi dimenticato. 


Lavorando spesso in trasferta, sia quando ero un lavoratore dipendente che quando divenni artigiano, fui un donatore non proprio assiduo, anche per il fatto che non ebbi mai chiesto o feci il giorno di riposo, ma una donazione annuale e qualcosa di più, riuscii a farla. 


Un giorno però ritornò a ronzarmi sul naso la stessa “mosca” di qualche anno prima, quando mi trovai cancellato dal registro donatori solo perchè erano tredici mesi che non donavo; questa la spiegazione che ricevetti. In realtà  penso che successe il disguido a causa dell’avvento dei registri informatici; tuttavia non era cosa da poco, era grave che in ambiti così seri come dovrebbero essere gli ospedali, ci fosse stata una superficialità tale; poi mi sembra che io ne avevo avuto già abbastanza e non avevo assolutamente bisogno di altri “test” sulla mia pazienza.

Dato che fui trattato piuttosto male, diciamo da personale scontroso, distratto e per nulla appassionato al suo lavoro, decisi di cambiare ospedale e come d’incanto trovai finalmente un ambiente normale, inteso così perchè il personale faceva esclusivamente il suo dovere, senza salamelecchi a “tizio” e scontrosità a “caio”. Era veramente una gioia, quando riuscivo a liberarmi e recarmi a donare sangue. 


Il presidente dell’associazione però non voleva che io facessi le donazioni in quell’ospedale perchè diceva che c’erano problemi “burocratici”, dato che lo stesso non era convenzionato con l’associazione. Io però continuai come prima fino a quando venni avvisato dal “capo” che avevano chiuso tutti i centri trasfusionali degli ospedali minori. Mi disse che avrei dovuto per forza ritornare a donare nel capoluogo; a questo punto, schifato alla saturazione, dissi chiaro che poteva finalmente cancellarmi dall’associazione. Poi però, passata l’arrabbiatura, continuai a donare e così ritornai in quell’odioso centro trasfusionale: 

- una volta trovai una dottoressa che mentre “preparava” i donatori in sala trasfusioni, si comportava in maniera seccata; osservandola, mi fece agitare a tal punto che quando venne a misurarmi la pressione, in modo sgarbato mi disse che ero troppo iperteso per fare la donazione, al che la scacciai letteralmente; dopo cinque minuti venne un’altro dottore a testarmi e mi trovò a posto, feci la donazione e via;  

- la volta successiva ritornai sempre al famoso centro e alla visita, candidamente un dottore romano mi chiede come mai io donassi sangue intero e nessuno mi avesse proposto di fare il “plasma feresi”, dato che il mio sangue, piuttosto raro, dopo qualche mese, se non richiesto lo buttavano; ci mancava solo questa informazione, ma non era mica finita li perchè ottenni di fare la donazione lo stesso e qui è successo un vero pastrocchio: - disteso sul lettino attendo che il buontempone di dottore, con l’accento non certo di Tarvisio, finisse di raccontare barzellette in corridoio, mentre una infermiera stava vicino la TV che la mia associazione aveva donato al centro, tutta interessata all’oroscopo ed un’altra, piuttosto brutta poverina, si avvicina con in mano sacca e ago con il chiaro intento di infilarmelo e vedendola non tanto convinta di ciò che faceva; dissi lei di non sognarsi nemmeno, che di solito erano i medici a mettere l’ago; intanto qualche cicalino di “peso raggiunto” dalle sacche degli altri donatori iniziava a farsi sentire, ma dalle persone interessate neanche una piega, al che dissi all’appassionata “astrologa” che la mia associazione aveva ordinato per loro una TV più grande in modo di poterla guardare dal posto di lavoro; intanto in corridoio le barzellette procedevano, allora dissi all’impaurita infermiera che se voleva poteva mettermi l’ago, altrimenti facevo tardi.

Non l’avessi mai detto! Dal suo atteggiamento non era per niente “navigata”, così successe che mi perforò la vena da parte a parte, e non riuscendo nel suo intento, chiamò la collega che seccata intervenne; girò l’ago e lo rigirò ma il sangue usciva a fatica, dissi loro di cambiare braccio ma non ne vollero sapere, poi finalmente apparve il “barzellettiere” e anche lui si divertì con la mia vena fino a che, dopo circa quaranta minuti di “tortura” completai la donazione e senza che qualcuno avesse chiesto ne scusa, ne se mi sentivo bene, mi diedero le carte, il cioccolato ed essendo un artigiano, passai a ritirare la quota di rimborso spese all’economato che come sempre non aveva denaro, così lasciai la quota per l’associazione, come sempre! 

Per la mia eccezionale giornata, al mio confronto il <rag. Ugo Fantozzi> sarebbe stato un superfortunato come Gastone, il cugino di Paperino.

Ritornato a casa mi tolsi la maglia e dove mi avevano infilato l’ago, c’era un’ematoma che prendeva buona parte del braccio.

Mi prese una tale ira che invece di andarmene a lavorare, mi misi al computer per scrivere una lettera di protesta alla responsabile del centro trasfusionale e mentre scrivevo rientrò a casa mio figlio di 19 anni che pieno di gioia mi disse di avere appena dato la sua adesione a donatore di sangue con i compagni di scuola, il che fu come uno schiaffo che mi svegliò dal mio stato alterato. Alla mia lettera rispose un’altra dottoressa, al telefono con mia moglie dicendo lei che io sarei dovuto passare di li  per ricevere una spiegazione. Il che mi demoralizzò talmente che non mi sognai nemmeno di accettare l’invito.

A mio figlio non raccontai nulla di quanto successomi, però per parecchi anni non me la sentii più di donare sangue anche per il fatto che il solo pensiero che poi avrebbero potuto buttarlo via, mi faceva andare in bestia.


Per un caso fortuito un giorno incontrai il dottore responsabile del centro trasfusionale dove andavo e che dovrebbe essere stato chiuso anni prima; chiesi a lui dove si trovasse ora, dato che non l’avevo più visto. Mi disse che era sempre lì con lo stesso centro trasfusionale; avevano ridotto le giornate per i prelievi, ma era sempre stato li. 

Di colpo tutto mi fu chiaro e non serve che ne spieghi il perc. Raccontai a lui il fatto che avrebbero gettato il mio sangue perchè inutilizzato e che avrei dovuto fare il plasma feresi in alternativa. Mi disse che erano tutte balle. 

Alla prima occasione ritornai a donare, li dove c’era ancora della professionalità  e per prima cosa chiesi al medico di fare una donazione libera e che mi cancellasse dall’associazione, così fu. Purtroppo però, per riuscire a farmi cancellare definitivamente dovetti fare diversi tentativi, perchè ad ogni cancellazione “qualcuno” mi reiscriveva, fino a che arrabbiato più che mai, all’ennesima donazione obbligai il medico responsabile a cancellare definitivamente il mio nome dall’associazione e verificarne il buon fine, minacciando di non donare più. Questo eseguì alla lettera le mie volontà e mi confidò che non mi dava poi torto; che avrebbe verificato anche in seguito se “qualcuno” mi reinseriva. In sostanza, per ovvi motivi non mi diede ragione e nemmeno torto; mi spiegò pure come veniva effettuata la transazione delle donazioni tra associazioni ed enti ospedalieri al che rimasi molto perplesso.


Ho pensato molto prima di scrivere questa denuncia, ma andava da lasciare le cose come stanno o provare a creare i presupposti per una raccolta di sangue e derivati che non portasse mai più ad episodi come quelli successi a me. 

Inoltre a mio avviso, dato che ormai non si può dire che non ci sia il mercato del sangue anche se tutti lo negano, in ogni transazione qualsiasi intermediario produce un aumento del costo del prodotto, dato sopratutto che la nostra legislatura, in materia, è ancora da paese delle banane, l’unico mezzo per eliminare questo mercato è donare il sangue e derivati direttamente ai nostri ospedali


Dal luogo comune che <neanche il cane muove la coda per niente>, non può essere che questi “passamano” abbiano costo zero. Poi tutti quei doni, notificati ai quattro venti, fatti dalle varie associazioni donatori alle unità  ospedaliere e non solo; le onorificenze che si sprecano, dove tutto dovrebbe essere trattato con sola umiltà. Basta con gli “zuccherini” ai donatori; il donatore dal momento che sceglie lui di esserlo, dovrebbe fare il donatore e basta.

Il legislatore però non può ignorare l’importanza che hanno le donazioni volontarie e mettiamo il caso che concedesse ai donatori, oltre il compenso della giornata lavorativa, anche uno sgravio fiscale nella giusta misura come lo è per le spese mediche che ogni lavoratore detrae dal suo reddito, forse si potrebbero ottenere più donazioni senza coinvolgere associazioni che oramai di volontario e di gratuito non hanno nulla.  


Da che mondo è mondo agli uomini, per ottenere certi favori dalle donne, serve qualcosa di extra, fuori dal comune, un qualcosa che una vita normale forse non può dare; specialmente se un uomo spazia da quelle “ufficiali” a quelle “non ufficiali”:  - sicuramente sarebbe già un’impresa poter accontentare bene la donna “ufficiale” con i proventi del proprio lavoro e altrettanto sicuramente non dovrebbero rimanere neanche le “briciole” per poter sperare in qualcosa di extra dalla donna “non ufficiale”. Pertanto tutte le varie associazioni, sportive e non, potrebbero dare una valida copertura, sia per l’alibi che uno deve trovare, che per le occasioni di procurarsi il “necessario” per soddisfare la nota bramosia di quel tipo di donne,  senza che il provento sia noto alla donna ufficiale. 

Ho avuto modo di assistere a diverse storie di questo tipo, avendo vissuto molto in giro per lavoro. Al rientro a casa bastava cambiare solo gli interpreti e il “film” che guardavo quando ero in trasferta, era lo stesso. 

Il denaro avuto con vera fatica, penso non venga quasi mai sprecato in cose futili da chiunque, mentre quello più “facile”, tutti un pò lo adoperiamo con leggerezza. Senza dimenticare che l’arrampicata sociale è il fine di molti fra gli interpreti succitati.  

E’ sempre l’occasione che fà  l’uomo ladro.

Doniamo il sangue e non permettiamo a chiunque di comportarsi in modo oltraggioso in questa iniziativa troppo importante.


LA MISSIONE O IL MESTIERE DEL “GIUDICE”?

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Già  duemila anni fa la parola giudice incuteva timore, non solo per coloro che dovevano temere un qualsiasi giudizio o pena, ma anche ai giudici stessi, solo quelli dotati di vera coscienza, coloro i quali tenevano in considerazione l’esistenza di un giudice supremo. Certo che pensare ad una persona giudice che non possiede una coscienza sempre presente, sulle leggi da applicare, in funzione di ogni singolo caso umano, fa crollare ogni speranza di veder trionfare la giustizia. Ponzio Pilato nel dover emettere un giudizio se condannare o assolvere Gesù dalle accuse mossegli dai sacerdoti del tempio, ebbe una flebile incertezza ed arrivò a chiedere agli accusatori, cosa avesse fatto Gesù di così grave per meritare la crocifissione. Quella incertezza forse palesava che Pilato possedeva una coscienza e in qualche modo teneva in considerazione l’essere umano in giudizio, però la stessa non era sufficientemente forte da prevalere sull’interesse dell’Impero Romano…

Mi sono chiesto molte volte cosa può spingere una persona a diventare giudice; prendendo per esempio me stesso: - io sono diventato un artigiano elettricista per il fatto che mio padre, quando a quattordici anni terminai la scuola dell’obbligo, mi impose di fare quel lavoro e in quegli anni il volere del padre contava più di quello della madre; subito dopo mio padre si ammalò gravemente ed anche il mio secondo fratello, di due anni più giovane, fu indirizzato da mia madre a fare il garzone di bottega, tra l’altro interrompendo la scuola dell’obbligo. In tutti e due i casi non c’è stata la scelta ma l’esigenza di fare un qualsiasi lavoro. Per altro, posso dirlo solo per i miei fratelli, non certo per me, che loro sono arrivati ad interpretare i loro ruoli, nelle loro famiglie e nel loro lavoro, in modo serio e coscienzioso; spero che possano dire lo stesso di me!

Da queste considerazioni mi so dare una sola risposta: - una persona sceglie in modo autonomo di esercitare il ruolo di giudice e assolutamente non viene costretto a farlo!  Ma una persona perchè sceglie di interpretare un ruolo così difficile e importante qual’è essere un giudice?

Certo che un profondo senso di giustizia, tramandato in famiglia,  sicuramente la prima molla emotiva che indirizza in tal senso e per il momento trascurerei le altre motivazioni: - in una famiglia, una città, una regione o uno stato, i torti subiti da singole persone, famiglie, etnie o popolazioni, vengono ricordati e tramandati; nel ricordo di questi torti c’è il terreno fertile dove potrebbe crescere il senso di giustizia che sicuramente è la “proteina” principale per alimentare l’aspirante giudice.

Un qualsiasi tipo di paese occidentale addotta leggi abbastanza uniformi, ad eccezione fatta per quegli stati che approvano la pena di morte, però sappiamo bene che non esiste nessuna uniformità nell’applicarle; questo è sopratutto dovuto alle varie sfaccettature della cultura occidentale, allo stesso modo succede in uno stato come l’Italia, dove la sua sproporzionata ampiezza in latitudine rispetto alla longitudine, ingigantisce la diversità di usi e costumi e non solo. A mio avviso è questa diversità la principale causa dei vari “torti” di cui sopra.

Portando ad esempio sempre la famiglia dove sono cresciuto, si potrebbe comprendere il meccanismo responsabile delle varie diatribe che poi durano nel tempo: - mia madre, in pratica era sola nell’allevare noi tre fratelli, dato che mio padre era sempre via per lavoro e poi anche quando si ammalò, era lei giudice della situazione e devo dire che con me non fu imparziale e coscienziosa come lo fu con i miei fratelli; in questo la aiutai molto io stesso, essendo sempre stato un ribelle; solo a parole però, perchè mettevo in atto solo delle piccole trasgressioni, il mio dovere di figlio maggiore l’ho sempre adempiuto e la busta paga sigillata, l’ho sempre messa sul tavolo della cucina fino al mio matrimonio. In pratica, non sono mai stato un tenerone con lei, ma un consigliere di opposizione in un “governo tiranno” e pertanto la irritavo, di conseguenza il suo accanimento su di me era tale che dura ancora oggi alla sua veneranda età  di ottanta anni; io ne ho quasi sessanta. 

Se non ci fosse il fattore di consanguineità  tra me e i miei fratelli, anzichè un pò di risentimento per i supposti torti da mè subiti, ci sarebbe dell’odio e il bisogno di rivalsa.

Penso non sia difficile portare l’analogia su altre situazioni nel mondo e poi se si volessero sentire anche le altre versioni, cioè quelle dei miei fratelli e di mia madre, avremmo tutti gli ingredienti per una “terza guerra mondiale”.

Pertanto, stabilito che un giudice in tanti casi aspira a diventare tale per un bisogno recondito di giustizia, ci sono purtroppo diversi modi per essere giudice: - c’è il giudice diventato tale per dare un senso univoco alla parola giustizia; - c’è quello che si “erge” a giudice per condannare i colpevoli dei torti subiti dalla sua gente e in questo modello ci si possono mettere anche coloro che pur rivestendo il loro ruolo di magistrati, si schierano con le varie correnti politiche, compiendo il più grave errore che un giudice possa fare, cioè diventare di parte; - c’è quello che fa il giudice solo ed esclusivamente per crogiolarsi nella sua posizione di intoccabile, pertanto può rovinare tutte le vite che vuole perchè non verrà mai giudicato e punito, almeno in Italia; - infine l’ultimo modello, ma ce ne sarebbero ancora; c’è quello prezzolato che è il più infimo, il più vigliacco; quest’ultimo annulla completamente la regola che stabilisce: - “la legge è uguale per tutti”; cioè personalizza le leggi a suo piacimento anche se un attento legislatore non dovrebbe consentire ciò, o forse il legislatore è un pò troppo attento … Ma questo argomento è meglio trattarlo a parte!

Le vere ingiustizie subite e non presunte, sono dei traumi che lasciano un segno indelebile nelle menti e nei cuori degli uomini e vorrei citare un paio di avventure successemi in ambito legale:

- la prima riguarda la condanna alla risoluzione del contratto di formazione di un mio operaio, da me licenziato per motivi di indisciplina e di inesistente impegno sul lavoro, in pratica il pretore mi impose di dare all’operaio il denaro che lui chiedeva per “togliere il disturbo”, cioè dovevo dargli 7.500.000 lire, equivalenti allo stipendio dei mesi che rimanevano alla scadenza del contratto. Neanche la testimonianza a mio favore degli altri miei operai fece retrocedere dalle sue intenzioni il pretore. Le sue testuali parole furono: dagli i soldi che ti chiede e ricordati che un qualsiasi operaio non si può mai licenziare, non esistono motivazioni per fare ciò. Alla mia domanda: - come potevo collocare la spesa nella contabilità, addirittura rispose irridendomi: - pretendi forse che ti faccia la fattura? Così, per farla finita, pagai il tutto senza detrarre nulla dal mio imponibile; la mia salute valeva molto più di quei soldi. L’operaio in pratica fu “esentato” dal giudice dal registrare l’incasso!!!

- la seconda esperienza ha a dir poco dell’incredibile e riguarda la servitù di passaggio pretesa dalla confinante il mio appezzamento di terra: - quando acquistai la casa dove vivo e il terreno agricolo adiacente, il precedente possessore mi informò di una servitù di passaggio pretesa da una signora confinante, la quale servitù non era nominata in nessun documento, così chiesi alla signora che era vedova, di portarmi almeno dei testimoni che avessero partecipato alla trattativa; mi rispose che non li conosceva, al che dissi lei che per me non era un problema se attraversava il mio terreno per recarsi nella sua vigna, bastava che col tempo non diventasse un passaggio comune, il che mi avrebbe fatto perdere la proprietà del passaggio. Purtroppo successe che qualcuno ci provò: - altri confinanti iniziarono a sfruttare la servitù con quell’intento ed un giorno, per farli desistere, avendo ceduto in affitto il terreno, concedetti di far arare anche il passaggio, innescando una storia inaudita. Premetto che di solito alla vigna accedevano non solo dal mio terreno.

Ricevetti un’intimazione dall’avvocato della signora a ripristinare il passaggio e subito mi resi conto che le cose erano molto serie; mi misi ad indagare per conoscere la storia di quel terreno e trovai il figlio di un precedente proprietario del mio podere che mi confermò lo sconto di 250.000 lire sul prezzo del terreno, a causa della servitù in oggetto, nella transazione tra suo padre e il proprietario che me lo cedette. Scoperto ciò, scrissi subito una lettera raccomandata alla signora, porgendo le mie scuse per il disagio arrecatole e che l’aver trovato il testimone a suo favore, spiegava la mia buona fede. Pensavo di aver risolto il problema e in realtà lo era, ma la signora non paga, pretese assurdamente una servitù di passaggio anche dal lato opposto della vigna e così andò in lite legale con l’altro confinante che nel frattempo aveva messo delle barriere, cioè ottenere il diritto ufficiale di accesso da un’altra proprietà, oltre la mia, concludendo naturalmente la vicenda con la sconfitta in tribunale.

Quel giorno andai anch’io per assistere all’udienza e il giudice, nell’elencare i presenti, nominò anche me e disse che potevo ascoltare ma non intervenire, così stetti la una mezz’ora e verificato che io non ero assolutamente mai nominato, me ne andai.

Dopo alcuni mesi mi venne recapitato un plico con l’effige di una “bilancia”: - la sorpresa fu allucinante, erano le spese processuali della lite in cui io non centravo per nulla. Il giudice aveva risolto il problema dato che la signora non voleva pagare le spese della causa, pari a lire 3.750.000. Interpellai subito un avvocato e questo, chiedendomi subito 100.000 lire per la consulenza, mi dissuase dall’intraprendere qualsiasi iniziativa contro il verdetto, dicendomi che non esiste un “cane che mangia un’altro cane”, cioè nessun giudice darà torto ad un altro suo pari. La metafora era purtroppo calzante. Totale della spesa per la mia ingenuità: - Lire 3.850.000, quasi quattro stipendi mensili di allora. <Devo dire però che ora chi osa adoperare il passaggio non avendone il diritto, rischia veramente molto…>

Penso che tutto sommato, con le vicende successemi, non mi è andata poi tanto male, perchè ho citato solo degli episodi emblematici; sarei potuto diventare, anzichè un elettricista, una “materia prima” per la magistratura, con tutte le occasioni incontrate per fare il classico “fallo da espulsione”. Mi viene automatico pensare a coloro che sono incappati nelle maglie della giustizia e purtroppo sono stati condannati ingiustamente, come pure a quelli che riescono sempre ad uscirne impuniti; la rabbia, lo sgomento e il rancore sono gli unici sentimenti che provo verso quelle persone che con la loro superficialità o incapacità  hanno causato tante sofferenze e ne causeranno ancora, perchè rimettere in libertà delinquenti incalliti è un atto veramente criminale. Sembra quasi che sia in atto una specie di selezione naturale come avviene nel regno animale, cioè l’essere più debole deve soccombere in funzione di quello più forte. Già, anche noi umani siamo animali, però sono sicuro che la perfidia e la malvagità appartenga solo a noi “umani”.

Una persona che decide di diventare un giudice ed ha tutte le doti morali per esserlo, dovrebbe essere libera da condizionamenti e/o ricatti, ma per il semplice fatto che è pur sempre una persona, ha il diritto di vivere come tutti gli altri, quindi avere una famiglia e tutti gli oneri ed averi che fanno parte di tale impegno. Questo lo rende altamente vulnerabile e dovrebbero essere le istituzioni a fare in modo che possa espletare le sue funzioni in maniera totalmente serena e senza preoccupazioni di sorta per se e per la sua famiglia. Per mio conto questo sarebbe un ottimo motivo per scioperare ad oltranza tutti in massa, affinchè il parlamento si compatti e finalmente sancisca un’equa e seria protezione per la magistratura a rischio, come pure emani delle sanzioni severe per i gravi “errori” che essa spesso commette. La certezza della pena deve esserci per tutti.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono forse i più ricordati martiri della magistratura italiana e fa male pensare anche solo per un attimo che se i magistrati ammazzati fossero stati gli unici a credere ciecamente nella “missione” di giudice, forse tutti gli altri che pur impegnati nello stesso ambito, non corrono quei rischi, eserciterebbero solo il “mestiere” di giudice!